Non vincevamo a Lecce dal 2009; d’accordo che il Lecce non ha frequentato la massima serie per diversi anni, ma nelle ultime tre occasioni avevamo raccolto due punti complessivi.

La vittoria all’ultimo respiro deve essere, pertanto, salutata con giubilo; la prestazione complessiva è stata largamente insufficiente.

A questo voto generalmente negativo fornisco tutte le attenuanti generiche che una squadra destinata, per blasone, ad andare fino in fondo può portare in questo mese di agosto, solitamente occupato da calcio spiaggiarolo.

La squadra ha vizi capitali non eliminabili, essendo inscritti nella nous calcistica di ognuno dei nostri pedatori, uguali a loro stessi nei pregi e nei difetti. Ciascuno di loro è capace di bestemmiare calcio al decimo e stupire al ventesimo, con una disinvoltura che ha dell’incredibile.

Prendo i tre punti e scappo, di più non posso fare in una serata come questa, avviata in discesa con lo schema inzaghiano quinto-su-quinto e la trasformazione del figliol prodigo Lukako. Poi il solito gioco con la clessidra, la sfrontatezza di guardare l’avversario con la spocchia del “tanto un altro te lo faccio quando voglio”, il gol preso quando stavi avviandoti a chiudere i conti, l’apnea e il corpo a corpo finale con quattro-attaccanti-quattro e due mezze punte offensive e i quinti sulla stessa linea. Una baraonda che ha pochi eguali nel calcio moderno; sarà questa l’innovazione dell’uomo con la riga in mezzo?

Purtroppo i segnali ci sono tutti: l’agitazione in panchina del piacentino è cartina di tornasole troppo evidente per essere misconosciuta. La palla che non sta mai a terra nella direzione giusta, i passaggi sono spesso approssimativi, la mancanza di qualità finale sia nei cross, sia nelle conclusioni, denotano, nel loro insieme, una tensione di fondo figlia di un discorso calcistico poco chiaro. E senza serenità non c’è calcio, questa la vera risposta che abbiamo da questa avventura salentina.

Non c’è interismo, non c’è anima autentica; c’è solo zuffa finale per non fare una figura stomachevole, forse ultimo afflato di amor proprio che i nostri hanno messo in campo. Siamo lontani dal calcio e, nei fatti, ci siamo confrontati, come fossimo in un ring, con una squadra in cui Strefezza è parso fuoriclasse.

I giudizi sui singoli, nessuno escluso, mi porterebbero verso il turpiloquio e se cominciamo con quello al 13 di agosto non so se arriveremmo a novembre.

Faccio solo due riflessioni finali.

La prima: a logica, per vincere il campionato servono 90 punti; sessanta con le squadre giudicate dall’11 al 20 posto, venti con le squadre dal sesto al decimo e dieci contro le prime quattro oltre a te.

Ovviamente le situazioni si mescoleranno nelle zone ibride, certo non si possono perdere punti contro le squadre della parte destra della classifica.

Nelle 15 partite di inizio campionato noi affronteremo 7 squadre DA TRE PUNTI, CINQUE DA VITTORIA/PAREGGIO E TRE DA IMPATTARE NEL DOPPIO CONFRONTO (VITTORIA CONTRO VITTORIA, COME MINIMO). Se le cose funzioneranno, dovremmo essere a circa 33 punti il fatidico otto novembre, media punti 2,2, avendo poi il margine, nelle 23 partite successive di andare a 2,4 di media.

La seconda: tre punti dovevamo prendere e tre punti sono arrivati. Cuntentemes.

Buon Ferragosto a tutti.