Tra le canzoni che più ho odiato nella mia adolescenza un posto di assoluto privilegio spetta alla rabbiosa “Bella senz’anima” di Riccardo Cocciante; riassume il livore di uno sfigato che, innamoratosi forse corrisposto di una bellona, lancia ogni genere di educato improperio all’indirizzo della “pin-up” che gli aveva preferito chissà quale Adone. Quel cantare rabbioso non mi era mai piaciuto, come trovavo irriverenti tutte le supposte accuse alla suddetta, colpevole solo di preferire un altro, magari anche più bello; non me ne voglia il cantautore, ma poco ci voleva.

Così noi potremmo recitare quel ruolo, in una sera in cui ci si sente sedotti e abbandonati dai nerazzurri, orrendi in ogni fase della recita; lo stesso gol del pareggio, tipico sghetto piovuto dal cielo, aveva i connotati dello sgorbio, senz’anima appunto.

Incartare e gettare nella spazzatura la compagine che ha masticato un calcio di retroguardia in quel dell’Olimpico sarebbe esercizio troppo semplice; tuttavia, in vista del prosieguo della stagione, sarà bene che il Milziade del Trebbia, in arte Simo Inzaghi, cerchi altre risorse nella valigia del prestigiatore che è costretto a portare con sé.

A lui fornisco, già dall’inizio della stagione, le attenuanti generiche che la rosa ottuagenaria e lo smalto opaco dei meno vecchi gli offrono; oltre quello non posso andare. ‘A Lazie ha l’uomo dell’Agip in panchina che, senza aver frequentato la scuola di strategia di West-Point, non appena ha visto il Giando sulle tracce di Sergej, ha dirottato il serbo, con licenza d’anarchia, nelle zone più varie del rettangolo, intercettando la mossa d’ingegno dello stratega di San Nicolò di Rottofreno (PC). Da lì ha dominato il centrocampo e, da allenatore moderno – viene quasi l’itterizia a dirlo di Sarri –, ha serbato due colpi incisivi per ribaltare l’incontro quando è comparso l’orizzonte del settantesimo, il vero “turning-point” nel futbolismo d’oggi dì.

La condizione psico-fisica dei nostri è sotto il livello di guardia, ogni giocatore sembra un pezzo di scacchiere, potendo Ciuffetto Bastoni girarsi solo verso DeVrij, questi ruotare in direzione dello slovacco che, intristito dalle voci di mercato, appoggia stancamente, o verso nonno Handa, attento ma correo nel primo gol, o verso uno svalvolato Brokkovic, inciuchito dalle maratone che ormai è costretto a fare per coprire insipienze altrui.

Si staglia, in una dimensione propria, il Turbinante che, andando su Luis Alberto con l’ardore con cui si va verso il patibolo, ha opposto flebile suola per far carambolare il tiro verso le ragnatele dell’incrocio. Una postura e un atteggiamento sconvenienti; senz’anima appunto, come tutto il correre afinalistico che ha proposto questa sera. Il resto è stato un ruzzolare continuo, con il monotono quinto-su-quinto che ha la cifra tecnica degli interpreti: Dima offende ma non difende, El Panteron è sovente caso, può incornare all’incrocio o schiacciare per terra, come stasera, un possibile match-ball, a dire di una condizione tecnico-atletica approssimativa. L’impegno è inversamente proporzionale alla qualità finale; sarò fatto male, ma io amo i giustizieri fancazzisti.

Tra i volonterosi annovero il Giando, del quale non parlo perché rischierei la scomunica, peraltro quello abbiamo. La Lu-La si è fatta mettere la museruola dai due poderosi centrali laziali: Patrick e Romagnoli, il che la dice lunga sulla qualità espressa dai due. Un episodio emblematico: il 14 febbraio del 2021, da una mattonella della nostra tre-quarti Big Rom, la Belva di Anversa, si involò con due laziali attaccati (uno, Parolo, lo aveva messo Inzaghi per agevolare la ripartenza dal basso, trascurando il mismatch con il belga…aveva già studiato strategie in passato…) per chiudere l’incontro. Oggi, da medesimo luogo, è finito, rantolante, verso la bandierina del corner, circondato da laziali. Questa la drammatica verità; lo avevo stimato al cinquanta percento, oggi penso ci fosse in campo una controfigura. El Torito ha sghettato in rete e si è fatto sentire a risultato acquisito, per i laziali; credo sarà un dazio che ci toccherà sopportare, anche perché col bis-nonno Gekko e il grigliatore Tuku peggio mi sento. Concludo, trascurando altri suplentes nocivi, con Gosens, per andare al nocciolo di questa fase orchitica di inizio campionato; il tudero entra ansimando e tocca il primo e il secondo pallone come peggio non si potrebbe. Cosa significa questo?

Semplice: non c’è serenità di fondo, c’è ansia latente e, quando si gioca con questi a fianco, il rendimento scade oltre il vero limite tecnico, che peraltro esiste. Il principale responsabile di questa condizione è sempre l’allenatore, cui vanno aggiunti i capi squadra che, scegliete voi chi eleggere, oggi dimostrano di non avere cuore nerazzurro. Non è retorica, è semplice constatazione: poco aiuto reciproco, pigrizia nel proporsi e nel rientrare, diverbi continui e occasioni mal gestite. Si giocherà subito, Cremonese e Derby, poi ci sarà la Coppa (che gironcino…) e una pausa, non so se ristoratrice. La polveriera di Appiano è già colma dopo tre partite; non credo scoppierà, in fondo oggi abbiamo perso un punto, ma i vapori del nitrato di potassio contribuiranno a intossicare l’ambiente che, stancamente, rotolerà verso ogni prossimo appuntamento. Siamo come i giocattoli cinesi; prima o poi, si rompono tutti.