In questi giorni di vigilia, dopo la piccola sbornia al torrone, mi era capitato di leggere un pezzo del sommo Giovanni Brera fu Carlo, come amava citarsi lui, che descriveva il Derby di Milano.
Ve lo riporto perché c’è molta verità e molta analogia con quanto si è visto questa sera.
“…il derby si sottrae ad ogni metro comune. Di un derby non si può mai parlare in assoluto. Chi lo guardi senza amor di parte ne resta schifato il più delle volte. E tuttavia lascia segni così profondi nei protagonisti da influire sempre o quasi sempre sulla stagione…”
La partita ha raccontato molte verità, che più volte abbiamo riconosciuto e misconosciuto, ci ha dato speranza, ci ha fatto temere la goleada a sfavore e ci ha regalato le opportunità per impattare; se ci abbandonassimo su questa altalena non potremmo emettere giudizio sereno, ammesso che dopo aver perso contro questa mandria di esaltati rossoneri, che cantano a squaciagola le gesta del loro allenatore fiammeggiante, si possa essere sereni.
Però, qualcuno dovrà ben trovarla questa serenità perché, purtroppo, l’intera compagine ne è sprovvista; da qui discende ogni genere di valutazione successiva.
Il voltaggio richiesto al Milziade del Trebbia non appartiene alle sue batterie, cui la dirigenza – fonte certa – ha detto che errori come quelli dello scorso anno non sarebbero stati più tollerati. Questo ha fatto andare insieme il prode stratega già prima del tempo e poco serviranno le coperte di Linus da lui invocate: dimentichiamo che lo scorso anno, in assenza di attaccanti, richiese Caicedo. Oggi in assenza di difensori richiede Acerbi, otto giorni più giovane di Ranocchia, spedito in provincia perché giudicato decotto.
Come è notoriamente decotto Nonno Handa che oggi ha subito l’incrocio con Super Maignan, venendone polverizzato.
Se andassimo a fare una sorta di uno-contro-uno, che solo sei mesi fa ci vedeva largamente superiori, oggi segneremmo la linea meno per tutti i giocatori; cosa sarà mai successo in sei mesi?
Tutto e niente; aprii questo nostro colloquio dicendo che un anno non può essere sempre irrilevante nelle carriere dei calciatori. Puntualmente degli scadimenti di rendimento si sono visti. Quando gli scadimenti sono comuni, il direttore d’orchestra ha le più grosse responsabilità.
Oggi, a centrocampo, il solo Durlindana, al di là della rete da gran campione, ha governato il vascello con decoro; è stato fuori registro El Turku del quale annoto la nefandezza del primo gol del Milan, una serie di contrasti sistematicamente persi e un bel tiro. È stato invisibile il Turbinante che, alzandosi l’asticella, ha denunciato carenze di personalità preoccupanti. El Panteron l’ha giugà a ciapanò, gioco milanese di carte dove chi la prende di meno vince, peccato che il calcio sia governato da regole differenti. Baby Face ha fatto il poco che gli è concesso, venendo impiegato contro natura per queste risorse. Il trio difensivo ha fatto a gara nel medesimo gioco di carte in cui si è distinto El Panteron; direi che si è isolato facile vincitore Ciuffetto Bastoni. L’espressione, colta dalle telecamere, dopo il gol del pareggio rossonero la cartina di tornasole del suo stato psico-fisico da retrocessione. Skri sente ancora i campanelli che gli ha suonato Leao, l’Olandesina ha fatto il corso di rumba a gratis.
In questa “derrota” si sono distinti, per inettitudine, El Grigliador ed El Manzito che, paragonati ai rispettivi diavoletti, hanno fatto tenerezza; suona per loro come unica attenuante il fatto che, nei fatti, uno che li “curava”, come si diceva all’oratorio, almeno loro l’avevano addosso.
I subentranti hanno partecipato alla mareggiata finale dove si è visto un pallido tentativo di offendere, avendo noi confezionato, in venti minuti solo due vere azioni degne di questo nome. Il resto è stato disordinato arrembaggio. Certamente, verso il crepuscolo dell’incontro, si sarebbe potuto anche pareggiare, ma sarebbe stata magra consolazione.
La condizione di forma generale ci fa esprimere un gioco che pare un cicles usato (termine bolognese per definire il chewing-gum): masticato, appiccicaticcio e senza gusto. Tutti giocano a nascondino, non c’è animo collaborativo, non c’è organizzazione in rapidità e con una precisa finalità; sono i sintomi evidenti di una conduzione ormai priva di ogni idea calcistica seria. Abbiamo la faccia di Zanetti e del Presidente, avvinghiati dall’interesse, disinteressati all’Inter. La strategia in mano a un brav’uomo con la riga in mezzo; se l’umanità avesse avuto bisogno della sua inventiva le ruote sarebbero ancora quadrate.
In coda a questo mesto e avvilente resoconto mi sovviene Tarcisio Burgnich; con Lui Leao sarebbe durato un quarto d’ora, venti minuti. Poi “ferro da stiro” – o “roccia” – gli avrebbe fatto assaggiare i bulloni e all’efebico trecciolino sarebbe passata ogni voglia di dribbling; noi oggi abbiamo dei maitre da grand hotel che lo accolgono con un bel prego s’accomodi. E infatti abbiamo due ammoniti per proteste contro i cinque del Milan, vorrà pur dire qualcosa.
È un film che avevo già immaginato; speravo solo di aver sbagliato sala.
“It is what it is” avrebbe detto il boss Bufalino al sicario di turno, comandato a compiere un emblematico delitto. Non avendo né l’uno né l’altro, non possiamo eliminare il vero male, pertanto dobbiamo assistere al compiersi di un destino che pare avere i contorni del naufragio imminente; non sarà così drammatico perché, se questi sono i primi della classe, riservo sempre la speranza di un colpo di coda, ammesso e non concesso che il Milziade del Trebbia si folgori sulla via di Damasco e gli vengano i capelli come quelli di Lucio Battisti da giovane… pensavo che lo choc sarebbe stato meno forte, vaneggio.
