Ritornare al Meazza in così breve tempo, dopo aver assistito alla sinfonia bavarese della Cenpion Lig, penso generi la stessa sensazione che potrebbe provare chi, passati quindici giorni a Las Vegas, sia costretto a baloccarsi tra l’Idroscalo e la Sala Bingo Colpo Grosso di Novate Milanese.

Ben venga il nostro campionato, che autorizza sogni proibiti, altrimenti castrati, sin dal calcio d’inizio, nella competizione europea.

Per vostra informazione, il Bayern ha pareggiato in casa con lo Stoccarda, il Napoli non ha strapazzato lo Spezia e il Bilan ha faticato con la Samp; questo per dire che il calcio tri-settimanale sia uno sconclusionato luna-park.

La partita odierna, se sottoposta a stretto giudizio tecnico, porterebbe a una deriva auto-fustigatrice che non aggiungerebbe nulla a quanto già ci siamo detti per settimane. Inalberiamo quindi le attenuanti generiche: la stanchezza per la disfida di mercoledì, i timori per una nuova sconfitta dopo il Derby e la forma, dell’intera compagine, in via di costruzione.

Prendiamo, come azione esemplare, quella, di qualità eccelsa, espressa dal duo Turbinante – Durlindana, sino a quel momento non certamente fulgidi, e, a mo’ di Giubileo, aspergiamo indulgenza plenaria a tutta la massa nerazzurra che ha popolato il rettangolo verde in questo tardo pomeriggio d’estate agli sgoccioli.

Si è vinto, faticando, biascicando palloni, servendo cross e passaggi riprovevoli per idea e imprecisione, ma si è vinto e questo deve bastare in questa fase di carestia calcistica.

La vittoria vale doppio perché il Torino si è inscritto nel novero delle seconde linee di questo campionato e, con queste squadre, nel doppio confronto, quattro punti possono bastare; tre sono arrivati oggi al termine di una gara dove, pur subendo per larghi tratti, non mi pare si sia sofferto più del dovuto. In fondo abbiamo concesso al Torino quattro conclusioni in meno rispetto a quelle autorizzate alla Cremonese. Cercando di vedere il bicchiere mezzo pieno, non ho visto aspetti miracolistici nelle parate di Handa; ha parato quello che gli spetta. Avesse preso gol in una di quelle conclusioni, a parte la deviazione sulla punizione, sarebbe finito nuovamente sulla graticola (e in squadra abbiamo un fior di asador). Tuttavia è parso tonico e questo deve suonare sufficiente.

Sugli altri, come detto, si nota, in modo omogeneo, una confusione strisciante, figlia di una sommatoria di fattori che sarebbe tedioso elencare: basta vedere quante volte i nostri si sono pestati i piedi, si sono auto-scontrati e si sono divisi gli spazi in modo disomogeneo, salvo poi mandarsi a quel paese.

Non è possibile guarire in tre giorni da questa malattia e, siccome si gioca ogni tre giorni, la malattia rimarrà latente; bisognerà convivere e incitare come, in modo ammirevole, la folla, accorsa anche oggi a San Siro, ha fatto.

Sul calcio e sulle prestazioni sarà bene rispolverare un poeta dell’antichità: un bel tacer non fu mai scritto… mi ricordavo fosse di Dante ma, ho letto, non essere vero.

È un po’ come la partita di oggi, può andare ma non si sa bene dove (Cit. Luciano Ligabue).

Andiamo invece a Plzen, che non so come si pronunci e nemmeno ci tengo; io l’avevo sempre chiamata Pilsen e i miei amici si facevano una birretta Pilsener, nata in quei luoghi che rispondevano alla Cecoslovacchia. Vincere dovrebbe essere un obbligo e mi sbilancio: deciderà Correa, griglia e birra vanno a braccetto.