Federer è stato l’inatteso: per questo, ineguagliabile

L’uragano di miele che si è abbattuto su di noi nel giorno della scomparsa sportiva di Roger Federer – gli eroi del gioco muoiono sempre due volte – ha portato a leggere di tutto; inutile interrogarsi sulla sua posizione nell’olimpo del rettangolo diviso dalla rete bassa. La sentenza definitiva arriva da John McEnroe: Nadal è quello più vincente, Djokovic è quello più completo, Federer è il Tennis.

Di qui, non si sa ancora per quanti anni, non si scapperà.

Difficile che non sia stato amato, essendo campione sportivo immacolato, straordinario per stile e comportamento nel corso di tutta un’infinita carriera; tuttavia Roger, dotato di talento sceso dall’Olimpo, ci ha regalato la sensazione più straordinaria che lo sport possa fornire: l’inatteso.

Basta navigare su YouTube per visionare le invenzioni che il suo braccio destro era in grado di partorire: è stata così la più stravagante, ovvero la SABR (Snake Attack By Roger). Sulla seconda palla dell’avversario, decideva di avanzare verso la riga di servizio per rispondere in demi-voleé e attaccare la rete; solo riflesso e padronanza di polso potevano consentire tale mossa impossibile. Sono state di pari intensità le smorzate in controtempo, memorabile quella che inchiodò un invelenito Murray sul centrale di Wimbledon, o che mandò “nei matti” la sua vittima preferita: Berdich. Si fece gioco dell’oligarca Gulbis, fintando con lo sguardo l’incrociato e appoggiando in lungolinea; usava, talvolta, la stessa strategia invertita, ovvero si approcciava alla smorzata e, delicatamente, allungava verso il lungolinea, in profondità, con lo slice di dritto, grado di difficoltà supremo. Ma l’inatteso, nell’inatteso, fu lo scambio simbolo della sfida con Nadal, la vera resa dei conti tra i due, che si concretizzò nella finale degli Australian Open, anno 2017. (https://www.youtube.com/watch?v=cDv6uCyq8OE) Nessuno avrebbe scommesso un euro su Federer in quel torneo, che lo vedeva rientrare dopo quasi un anno di inattività; arrivò con un nuovo tennis, segno che poteva variare i colpi a suo piacimento, nonostante avesse colpito in altro modo per anni. Concentrò nell’anticipo ogni stilla di energia nervosa e accorciò gli scambi, rischiando, perché la lunghezza del “rally” lo avrebbe sempre condannato. Ma in quell’ottavo gioco del quinto e definitivo set, avanti nel punteggio, dopo essere stato in svantaggio, scambiò col maiorchino oltre 25 fendenti. Giocò in difesa e in attacco ma, avanzando il numero di colpi, l’attesa era per un epilogo a favore di Nadal; invece, al ventiseiesimo scambio, su un rovescio all’incrocio delle righe di Rafael, senza scomporsi, allungò la racchetta e la trasformò in sponda, imprimendo alla palla un tocco deciso e risolutivo, un lungolinea inatteso e finale. “Advantage Federer”, tuonò il giudice di sedia e, in una mattina di gennaio, mi ritrovai con gli occhi della commozione di fronte a quell’inattesa rinascita. In Federer vivevano due mondi: il raffinato maestro elvetico, che spiegava l’essenza del tennis, e il primordiale essere che voleva annientare l’avversario. Essendo cittadino del globo, anche nell’incitamento aveva modi differenti: il canonico “com’on” di radice anglosassone, più o meno gutturale, a seconda della gravità dei momenti, lasciava spazio all’ancestrale “komm jetzt” del nativo Schweizerdeutsch impartitogli dall’educazione di Basilea. A questo faceva ricorso la sua anima quando si vedeva perduto.La sua grandezza è stata anche questa: conciliare essenze diametralmente opposte. Grazia e violenza, impensabile condensarle; eppure a lui questa magia era consentita. Come ebbi modo di dire un po’ di tempo fa, il finale utopico di una carriera utopica, sarebbe dovuto andare in scena nel luglio del 2019, finale con Djokovic, quinto set, due match ball, servizio a disposizione. Li vidi in registrata e non li riguardai più. Proprio a Wimbledon, il destino gli ha riservato un’uscita terrena, battuto per sei-zero da un giocatore a cui, in tempi floridi, avrebbe nascosto anche la marca delle palline; un errore? No, l’umano tentativo di misurarsi contro l’impossibile. Quello stesso umano tentativo che lo aveva fatto resuscitare, oltre i trentacinque, per regalarci la sua finale più entusiasmante, quella di cui parlavo poc’anzi.

Molti hanno scritto consacrandolo come Dio; avendo sbagliato quell’ultima palla è sceso tra gli uomini.

Inatteso anche in quell’ultimo gesto.