Ci sono incroci, nelle storie della vita, che non vengono per caso; sintomatico che il “De Profundis” per il Milziade del Trebbia venga recitato da José Mourinho. Quest’ultimo aveva affrontato l’Inter, da avversario italiano, tre volte e per tre volte aveva perso; impensabile facesse beneficenza come la scorsa stagione.
JM non è uomo che trascura i dettagli e, con la Rometta che si ritrova, ha tratto il meglio da questo sabato d’inizio autunno, che sarà preludio “all’inverno del nostro scontento!”. Sapeva di Dybala particolarmente prolifico quando vede Inter, ha tolto riferimenti offensivi e si è messo alla cappa, per colpire di rimessa; conosceva nell’intimo i mali dei nerazzurri. La sorte lo ha aiutato, come meritano quelli che, nel tentativo di migliorare la propria vettura, trovano assetti differenti; il Milziade del Trebbia, per contro, è ancorato a schemi di guerra che prevedono o la testuggine, ovvero l’avanzamento in massa, o l’aggiramento a tenaglia, il celeberrimo quinto-su-quinto (alla fine del match arriveremo a quasi trenta cross, per soddisfare il suo palato da gnocco fritto e coppa, innaffiato dal gutturnio).
E, come vuole il destino cinico e baro, un legno e un fuorigioco lo hanno punito oltre i suoi innumerevoli demeriti; fosse stato pareggio, nessuno avrebbe invocato lo scandalo.
Dovessimo fare un’analisi sulla patologia a strisce nero e blu ripeteremmo quello che ci siamo già detti ogni tre giorni: Nonno Handa non può più partecipare a questo gioco, l’assetto di difesa è rivedibile, il centrocampo non funziona e l’attacco è sterile.
Potrei copiare e incollare e avrei già pronto il pezzo per il Barcellona, tanto è incancrenita la situazione; d’altro canto, essendo le disposizioni similari e gli errori tragicamente ripetuti, il responsabile principale non può che essere lo Stratega di San Nicolò di Rottofreno.
Drammatica la posizione nei confronti del portiere, oggi, per me, responsabile principale della sconfitta; il primo gol della Roma fa capire alla squadra che si gioca senza portiere, un’iniezione di sfiducia. Il secondo certifica, qualora ce ne fosse bisogno, che non esiste neppure il capitano; un uomo che porta la fascia con coraggio non rimane sulla riga di porta quando un pallone frontale, la cui traiettoria è leggibile dal portiere su tutti, spiove nell’area piccola.
Mettere Handa in panchina, definitivamente, sarebbe l’atto tecnico e psicologico più importante per risollevare quest’orda di sbandati. Volesse provocare andrebbe su Cordaz, non ha neppure l’ardore di mettere Cespuglio Onana.
Il secondo capo d’imputazione cade su Bastoni; il ciuffetto gli impedisce di seguire la triade calcistica fondamentale: pallone, avversario e compagno. Sul gol di Dybala, scala in avanti a marcare un compagno e trascura la traiettoria del pallone, lasciando libero l’unico che doveva marcare. Solo questa leggerezza, l’ennesima di una stagione che aveva avuto presagi estivi con la Nazionale, lo relegherebbe in tribuna per un paio di turni; ma l’uomo dalla riga in mezzo lo proclama titolare nei grandi appuntamenti.
Avanzando nell’organico piace sottolineare l’uso stravagante dei centrocampisti: a Miky vengono concessi radi spezzoni di partita, Asllani funziona solo come vice-Brozo, El Chala, efficace solo nei pressi della porta avversaria, costretto a lavori di manovalanza.
Prendiamo il giovane albanese; il ragazzo è dotato di geometria e di ispirazione verticale. La prima richiede movimento dei compagni, oggi incollati col Bostik nelle loro piazzole, la seconda necessita di una dettatura che, data la lentezza tremebonda di tutti, non si realizzerà mai. Asllani deve giocare con la Cremonese, tutta la partita, per essere pronto se manca il Durlindana contro la Roma; Super Marcy è tornato Brokkovic e, nella stagione, sta offrendo il peggio da quando è all’Inter. In ragione di ciò, un entrenador ha il dovere morale di metterlo di fronte alle proprie insipienze e di tenerlo per giorni migliori.
Concedendo al giovane Asllani la ribalta propria, non la recita di ciò che non sarà mai, ovvero un clone del croato.
Al duo Miky ed El Chala chiede quello che non possono essere, compito da scolaretto invece che estro e conclusione offensiva; in questo schema, i due sarebbero ipotetiche seconde punte, libere dal ripiegamento, efficaci se il loro raggio d’azione fosse tra il semicerchio e la lunetta. Chi era il centravanti della Roma di ieri? Non è proibito giocare senza stella polare anteriore, insegna il simulacro del Sommo, essendo il Sommo esaurito col Triplete.
Insegnare; ecco l’altro verbo che il Milziade del Trebbia non conosce. L’Allenatore ha anche questo ruolo, ovvero evolvere le carriere dei calciatori. È tangibile l’involuzione tecnico-tattica del Turbinante, ad aggiungere mali a questo corpo martoriato che si presenta informe sull’erba del Meazza. Barella è stato enorme promessa, crisalide in attesa di trasformarsi in farfalla; oggi è giocatore da “un pezzo a partita”, annegato da un volume scoordinato di corsa e di amnesie, emblematica quella sul primo gol. L’assenza di veri incontristi nella zona nevralgica del campo avrebbe dovuto indurre l’ “uomo con la riga in mezzo” o a trasformare qualcuno a quel mestiere, oppure a richiedere una serie di “magutt” nella campagna acquisti, visto che un ruolo possiede in quel senso, avendo l’ineffabile duo Marotta-Ausilio preso, su sua dritta, Correa, un miracolato, Caicedo ed Acerbi, suoi pretoriani laziali.
Insistendo con un attacco a due è costretto a ruotare, Lukakone assente, El Manzito in crisi mistica, Gekko, ormai prigioniero del sortilegio del centesimo gol, e il Tukumano di cui sopra. Allo stadio attuale di tre non se ne fa uno; il bosniaco ha esaurito gli argomenti da tempo e segna in fuorigioco, un sintomo, non una sfortuna. Sull’uomo acconciato ad ananas manifesto, spesso inascoltato, le mie riserve. Una punta che, da sola, non riesca a capitalizzare un’occasione da gol a partita, non è una vera punta; basta guardare cosa ha fatto in Nazionale Raspadori, acquistato a un “deca” in meno del tristo grigliatore argentino, per quelli che incolpano il cinesino di non mettere il grano (per lui ce ne sarebbe altre ma lascio stare, tanto mi sta poco simpatico).
C’è una scena emblematica nello sterile rosario offensivo di ieri; Di Marco rimette palla verso il centro e le due punte si guardano, come se intervenire d’incontro su tale servizio fosse atto che non li riguardasse.
È fin troppo evidente che questo modulo non può funzionare più; o si spariglia o si muore.
“Milzi” è ormai in quello stato ove solo il colpo di grazia può porre fine all’agonia; la mente è offuscata, le azioni schizofreniche. A Udine due cambi alla prima mezz’ora, ieri il primo al minuto 77, le gambe delle donne.
Non so chi augurarmi; Stankovic, Cambiasso, arriverei addirittura a Zenga. Sarebbe la tipica stagione alla Moratti: lui avrebbe già cambiato tre allenatori e sarebbe in contatto col quarto, lo abbiamo provato.
“Appiano è una centrifuga, uscirne vivi è un miracolo!” Trap dixit, Anno Domini MCMXCI, ne sono passati trentuno e siamo ancora qua.
