Ho ripassato le sfide disputatesi al Franchi nel corso degli anni e, mettendo un occhio attento sugli ultimi dieci, ho notato un elemento ricorrente: le fasi finali erano state, spesso nel male, decisive per le sorti degli incontri.
Vedere poi la squadra con la maglia gialla, essendo il giallo presente in alcune divise legate a infausti ricordi (la maglia del 5 maggio aveva inserti gialli…), mi ha generato non poche turbe.
Tuttavia, superava ogni più fervida fantasia il pensare che, nel solo recupero, ci sarebbe stato un concentrato di tormento ed estasi.
La partita ci ha regalato non pochi motivi di discussione e una fenomenale certezza: si confermasse questo, Lautaro Martinez assurgerebbe alla categoria che stiamo aspettando da anni, ovvero quella dei fuoriclasse. La partita di ieri, unica nel suo genere, ha infiocchettato ai nerazzurri un dono natalizio in anticipo. Dieci e lode al Toro sarebbe sin poco per: un assist meraviglioso in apertura, una rete “alla Milito”, un rigore procurato e risolto come i grandi “delanteros” della scuola “azul-blanca”.
Senza il suo apporto avremmo aperto il libro dell’Apocalisse.
Il resto è stato una partita di calci, una zuffa da calcio fiorentino medioevale, orchestrata da due allenatori con pensieri futbolistici agli antipodi: un potenziale e futuro innovatore opposto a un ciclostile sbiadito. Fin troppo facile cogliere le rispettive assegnazioni.
Procederei con ordine, per andare al confronto finale. Cespuglio Onana è lì, stasera in verde speranza; sui gol non credo potesse molto ma ho l’impressione che non sia poi così disinvolto.
Il trio difensivo non è immune da critiche; Skri e compari esercitano la professione assediati in un’area che pare il mercato di Papiniano nell’ora di punta, l’errore è in agguato, la loro propensione a commetterlo elevata. Due coincidenze che portano ad avere la peggiore difesa della serie A in trasferta, un record che fa riflettere.
Gli esterni schierati ieri sera sono parsi tutti sotto standard: diligente ma inoffensivo Darmian, negativo Ercolino Dimarco, confusionario El Panteron e poco palpabile Gosens.
Il trio di centrocampo ha avuto nel Chala un riferimento di lotta e di governo, meno scintillante dell’ultimo solito. Miky ha svolto lavoro parco e geometrico in un globale grigiore autunnale; ha avuto il merito di credere sino alla morte nella possibilità di fare gol, venendo premiato con un rimpallo vincente che, a mia memoria, non ricordo nella storia nerazzurra. Avevo visto diversi episodi analoghi contro, culmine della rogna, ma per noi, di così eclatante, non penso ci sia mai stato nulla di simile (sicuramente mi sbaglierò).
Turbinante Nicolino, col fantastico vizio del gol, ha spumeggiato per dieci minuti, è rimasto ingolfato per buona parte dell’incontro, ma ha avuto la forza morale e materiale di promuovere alcune delle rade sortite della ripresa, sbagliando sempre la misura finale ma, se non altro, cercando di essere vitale. Il gol in avvio una perla che vale per sé la sufficienza, sul resto mi è parso vittima degli eventi.
Riguardo all’Asador penso non si debbano spendere parole; sarebbe da interdire, finito.
Il subentrante Gekko ha, nel suo correre affannoso e attempato, creato le opportunità per il rigore e per la fortunosa ripartenza della vittoria. Dopo aver visto l’Asador è parso Zico; in valore assoluto, un vecchio pachiderma che onora la pensione. Il giovin Bellanova, fulcro del modulo “closer”, in controtendenza, del Milziade Trebbiense, mostra sempre molta volontà, meriterebbe qualcosa di più.
Ed eccoci al Milziade del Trebbia, il ciclostile di cui sopra.
Nel suo essere uguale e scontato Inzaghi propone, all’infinito, moduli e atteggiamenti che hanno il sapore rancido dei film già visti; la partita di ieri è parsa animata da un copione talmente ovvio da risultare stupefacente. Se dicessimo di aver visto quindici minuti di grande calcio bestemmieremmo; in avvio, abbiamo ammirato una combinazione, simil-torello, dove gli unici due fuori categoria hanno estratto una magia. Poi si è materializzata l’anima occulta del puntero di Bahia Blanca che, da solo, ha concluso in rete. Essere due a zero a Firenze, dopo un quarto d’ora, non può generare il solito, stucchevole, modulo di controllo che ha portato numerose sventure nel corso del 2022.
La squadra diviene incapace di uccidere la partita, anzi, rallentando il ritmo permette all’avversario, chiunque esso sia, di rientrare, di portare la contesa su un terreno più favorevole.
Il gioco con l’orologio instilla nell’opponente la convinzione che un episodio possa cambiare la deriva dell’incontro e, giocando su ritmi soporiferi, può avere le occasioni per trovarlo.
Italiano – conscio di questa deficienza, che parte dalla panchina nerazzurra – ha azzardato il 4-2-4 e ci ha schiacciato in area per quasi tutto il secondo tempo dopo aver finito il primo in attacco, con una squadra composta da scarti illustri e giocatori che non vorrei nemmeno regalati. In tutta risposta, per arginare quell’assalto, il Milzy ha rispolverato il 5-4-1 incentrato su Bellanova, finendo trafitto nell’immancabile mischia finale, giusta punizione per chi vuole difendersi nei propri sedici metri. Un calcio insensato, privo d’inventiva, ciclostilato appunto, come i proclami dell’oratorio.
“Meglio allenatore fortunato che allenatore bravo” avrebbe detto il Vate di Setubal: senza saperlo, Milzy ha vinto e gira a petto in fuori.
Il calcio moderno, purtroppo, è altra cosa; quello non abita da noi.
