Terminati i quarti di finale, il quadro è completo: due europee, guarda caso campione mondiale in carica e vice-campione, una sudamericana, la vincitrice della “Copa America”, e la sorpresa Marocco. Ho visto molto calcio noioso, qualche mezzo giocatore e un modo di approcciare gli incontri intriso di ansie, generato da aspettative planetarie sconfinate. L’ingrediente peggiore per vedere un buon calcio. Si sono visti ottavi sbilanciati e quarti equilibratissimi, segno che la qualità, ammesso che esista, sia molto distribuita; la fisicità, strabordante, fa il resto.
Ho apprezzato la visione stereoscopica di Messi, ormai condannato ad azioni con raggio limitato, quando ha liberato Molina alla conclusione del primo vantaggio argentino contro un’Olanda pallida e monotona. Quest’ultima ha trovato nel calcio da parrocchia, palla lunga e pedalare, le risorse per inchiodare i bianco-celesti tra cui spiccano, in qualità di baluardi difensivi, Otamendi e Pezzella, scartato dalla Fiorentina, o Romero, ex-Genoa e Atalanta, oggi al Tottenham. Certo, Van Gaal è stato geniale nel suggerire lo schema del pareggio, ma esso è scaturito da una punizione provocata, per eccesso di foga, da due che, avessero compiuto analogo gesto in campionati provinciali lombardi, sarebbero stati invitati ad accomodarsi in panchina la domenica successiva. È un’Argentina pragmatica, con un vate vicino alla pensione e dieci furie assetate di sangue; gente da “barrio violento” e irriverenti, tanto da sbertucciare gli afflitti connazionali di Verstappen all’epilogo. I sudamericani sono poco propensi al “fair-play” dalla notte dei tempi, basti ricordare le partite di Coppa Intercontinentale nelle loro terre, prima che i giapponesi, nelle nuove edizioni della manifestazione, e gli asettici arabi, poi, si impossessassero dell’evento.
Mi è piaciuta l’arguzia croata che vive su un portiere inaspettato, un duo difensivo monumentale e un direttore d’orchestra che assomiglia a Karajan, tanto è puntuale in ogni variazione di gioco. Modric è l’unico giocatore ad aver vinto il pallone d’oro nel periodo della “dittatura” Messi – Ronaldo; in questi mondiali, asciugato sino all’osso da migliaia di chilometri, dispensa sapere calcistico con un fare raro. Trascina in questo gorgo di intelligenza pedatoria sia Brozo, ancor lontano dal vigoroso Durlindana, e l’ex-nerazzurro Kovacic, svezzato dal football corto di Tuchel al Chelsea. Purtroppo un vigoroso Perisic può poco con i punteros croati, che non pagheremmo neppure un euro al Fantacalcio. Questo assetto, saggio e calcisticamente denso, ha messo in scacco i pagliacci verde-oro, gente buona per l’avanspettacolo, ma inadatta a simili contese. Ometti che passano molto tempo dall’estetista e poco a preparare incontri dove il minimo dettaglio trancia il confine tra vittoria e sconfitta; loro studiano le coreografie dopo i gol, i balletti da eunuchi che, oltre a irridere in modo sportivamente deplorevole l’avversario, generano antipatia che alimenta la grinta di chi, mangiando il filo di ferro, è giunto a questi appuntamenti. La giustizia di Eupalla li ha sbeffeggiati nuovamente perché la generazione O’Ney quello si merita. Quest’ultimo ha avuto anche la tracotanza di eguagliare Pelé come reti segnate, mera statistica e inutile sostanza. La prova di quanto sia coniglio la dà il suo “non calciare” il rigore nella disfida finale, perché, quand’anche fosse stato il quinto, anche i bambini sanno che il quinto arriva a tirare in percentuale inferiore rispetto agli altri. Evidentemente sognava i passi di danza dopo aver siglato il rigore decisivo… in te’ sac, dicono in Romagna.
La sorpresa africana credo tragga origine dai grandi numeri; prima o poi una squadra nazionale del continente che rappresenta il sud del mondo avrebbe dovuto approdare alle semi-finali. È stata la tristezza intrinseca dei portoghesi a portarli in carrozza verso la storia; il calcio cerebrale dei lusitani si è infranto sulle rocce dell’Atlantide, posizionate con saldo rigore calcistico da un allenatore conscio dei limiti della compagine e della qualità intrinseca, ovvero la velocità in ripartenza. Molti dei marocchini hanno fisico da quattrocentisti, corrono dietro al pallone con fare casuale ma, in un calcio malinconico come quello apparso in Qatar, possono dire la loro per l’ingenuità di cui è provvisto il loro gioco, contratto e arrembante. Qualche vero mestierante, qualche presunto fuoriclasse e sicuri cavalli di razza si mescolano in una pozione efficace e sorprendente. L’aver estromesso i dirimpettai della penisola iberica una sorta di rivincita che il destino gli ha regalato per mezzo del calcio, grande equilibratore. Li aspetta il loro ultimo padrone; sapranno vendicarsi?
Ha chiuso i quarti la disfida che ricorda, da sempre, la guerra dei cent’anni; la Francia, favorita d’obbligo, e l’Inghilterra, perennemente afflitta dal peccato originale di avere inventato questo gioco e non esserne mai stata realmente padrona, particolarmente da quando il calcio è diventato un esperanto sportivo. Se la Francia è in possesso di più alternative ed è potenziata dall’unico giocatore del globo in grado di risolvere una partita in solitaria, la perfida Albione mi pare retrocedere al vecchio credo del calcio dinamico e trasversale che, se atteso con densità idonea in area, è destinato a produrre poco, se non pressione. Anche qui hanno deciso i dettagli; un’incornata, mezza deviata dal difensore, ha reso Giroud eroe dei Campi Elisi. Per contro, l’insipienza, di chi dirige le squadre di questo livello, si è palesata quando, dopo analisi VAR doverosa, Kane è stato chiamato a calciare un secondo rigore contro il compagno di squadra Lloris, suo vicino di spogliatoio al Tottenham. Magari il rigorista alternativo avrebbe sbagliato comunque, ma assegnare ancora a lui quell’ingrato compito è stato imprudente. Infatti, quando Harry si è aggiustato ripetutamente i calzettoni prima della seconda esecuzione, è parso evidente che il tarlo dell’errore si fosse impossessato di lui. Al di là di questo, il pareggio ci avrebbe condannato all’ennesimo stillicidio calcistico, una lenta agonia di gioco orizzontale e posizionale per arrivare ai calci di rigore, finale assolutorio per molti dei contendenti.
La logica dice che sarà Messi vs Mbappé; la pulce, ormai riflessiva e ispiratrice, o la gazzella, provvista di artigli felini. Non so chi scriverà la parola fine a questa avventura anomala dei mondiali autunnali; so per certo che il calcio è giunto a uno dei nodi che ne hanno, da sempre, distinto l’evoluzione. La velocità e la fisicità rendono la tecnica sempre più complessa; in questa fase emergono molti muscoli e poche genialità, lo spettacolo è piatto e il gioco, non di rado, convulso. Tramontato definitivamente l’efebico Ronaldo, vicino al capolinea Messi, forse Mbappé segnerà il nuovo orizzonte, ma la sottile speranza è quella di vedere sfrecciare Beep-Beep Hakimi e gioire per quelli della Kasbah Maghrebina.
Così, giusto per cambiare un gioco sempre più inamidato e sempre meno irrazionale; un non-gioco, che rende amaro il verdetto complessivo su questi mondiali avariati.
