Argentina 3 Croazia 0

Sebbene la semifinale mondiale possa nascondere ogni genere d’insidia, l’asticella che essa impone, fatalmente, segna il livello delle categorie in campo. E quella cui appartiene Lionel Messi non è commensurabile. Corroborato dalla vittoria in Copa America, la “pulga” ha assunto nuova responsabilità come capitano dell’albi-celeste e ha centellinato ogni stilla di energia, con una sapienza che solo un consumato attore di Hollywood saprebbe elargire, per giungere pronto. Nell’appuntamento che conta, mentalmente sgombro, è stato in grado di estrarre, dal suo motore calcistico monumentale, tutti i cavalli richiesti per superare gli ostacoli. Il marchio indelebile: la perfida doppia milonga che ha dato il colpo mortale a Gvardiol e Lovren, sino al 13 dicembre, i due migliori centrali del globo. Ogni palla toccata dal leggendario di Rosario è stata densa di fosforo e di qualità, segno tangibile che in lui si era materializzata la grande prestazione a comando, essenza dei fuoriclasse. Aveva come contraltare un consunto Modric, sempre meno spalleggiato da uno spento Durlindana Brozo e da un volitivo, ma effimero, Kovacic; la resa sarebbe stata solo questione di tempo. Scaloni, la cui umiltà pedatoria risulta elemento essenziale per comprendere meglio queste disparità, ha disposto sapiente barriera difensiva lasciando la sterile iniziativa ai Croati; sapeva, in cuor suo, che Kramaric e soci sarebbero stati in campo una settimana e non avrebbero segnato. Questo fare remissivo ha dato campo a un giovane ventiduenne già del River, oggi del ManCity, che ha fame di gol e tempra da primaserie. Julian Alvarez ha giustiziato così la compagine slava, sia per l’evidente “mismatch” tecnico, sia per la diversa brillantezza delle due compagini, essendo gli argentini mossi da un furore sacro, frutto di alchimie astrali. Si inabissa il vascello biancorosso, di loro non sentiremo più parlare per molto tempo; è il destino dei cicli. Per contro, nella disfida che ha animato quest’ultimo decennio di calcio, Messi ha posto un solco determinante sul rivale di sempre, CR7. Vedremo quanto sarà profondo e quanto sarà alto il salto che spiccherà per giungere agli eterni Pelé e Maradona, oggi più vicini.

 Francia 2 Marocco 0

 Sembrava la partita più dispari; alla prova dei fatti il folletto mondiale, Griezmann, ha nuovamente pilotato questa Francia coloniale verso la seconda finale mondiale consecutiva al cospetto di un Marocco tanto sorprendente quanto effimero negli ultimi dieci metri. Che i transalpini fossero i meglio attrezzati per competere al massimo rango lo si sapeva; poco importano le assenze che reclamano. I vari Kanté, Pogba e Benzema sono stati degnamente sostituiti e nulla impedisce di pensare che, per almeno due su tre, gli infortuni siano stati una manna e non una disgrazia. I marocchini hanno dovuto giocare in controtendenza, essendo andati in vantaggio i galletti; mi sono piaciuti per la ricerca di fraseggio verticale ma ­– a parte i soliti noti, tra cui sono emersi Hakimi e Ounahi – l’impressione generale è che i magrebini fossero al limite del fuorigiri in ogni azione. Hanno colpito un palo, al pari dei Bleu, ma questi ultimi hanno capitalizzato le azioni sporche da cui sono scaturiti i goals. In analoghe vicende, i rossi dell’Africa atlantica hanno fatto solo confusione. È stato un verdetto inevitabile, sebbene l’equilibrio sia durato per molto tempo; tuttavia, esaurita l’ultima benzina nei pressi del settantesimo dai rossi stellati di verde, l’epilogo non avrebbe potuto essere differente. I francesi hanno un assetto di gioco variegato, che conta sulla spinta sovrumana degli esterni e su una solidità in mezzo al campo, ove muscoli e tecnica si fondono in modo mirabile, che consente ogni scelta offensiva. Certo, il direttore d’orchestra biondino pare tenersi per questa squadra e per i mondiali, tale e tanto l’acume tecnico tattico che dispensa, ora rallentando ora velocizzando il gioco. È parso forza brutale Mbappé, che vive di fiammate imparabili e di ricche pause sconfortanti. Il resto è amministrazione che Deschamps esalta dall’alto di un’esperienza calcistica difficilmente eguagliabile a questi livelli.

 La finale

 Si arriva al dunque sperato; Messi contro Mbappé, Europa contro Sudamerica, come si conviene nel calcio. Sono passati quasi centotrent’anni dalle prime “pesciade” (*) ufficiali, e novantadue dai primi Mondiali vinti, guarda caso, da Sudamericani uruguagi e il titolo è sempre appartenuto a questi continenti. La Quilmes – nota azienda produttrice di cerveza con sede a Zarate, non lontano da Baires (https://www.youtube.com/watch?v=6ue8-BPTtVU) – ha fatto uno spot pubblicitario di rara bellezza nel quale si enfatizzano le coincidenze che ci sarebbero tra El Mundial ’86 e quello in Qatar, essendo esse numerose e stupefacenti. Tuttavia, la vera coincidenza pare un’altra, anzi sarebbe più opportuno parlar di convergenza. Infatti, Maradona e Messi, per la prima volta, si incontrano; il primo volteggiando in paradiso attaccato a quell’aquilone che gli valse il gol più bello della storia del calcio, il secondo finalmente de-tossificato da quella ingombrante eredità. Sarà giudice la gazzella con gli artigli felini di Kylian Mbappé; il resto comporterà trincea e guerriglia, come si conviene quando la posta in palio procura pezzi di immortalità.

Dico Argentina per sensazione ma, come sempre, i pronostici si sbagliano solo se si fanno.

 (*) Pesciada: forte calcio, in dialetto milanese… es. poeu el g’ha daa una pesciada tremenda: l’ha mandada a finì a Cantü”  

Valter Valdi, La tribù dei Vaca Putanga