“Gracias a D10s por el futbol!”

È l’invocazione più classica che accompagna i sudamericani rioplatensi, col loro castigliano cantilenato, allungato, in ogni finale, come un’estirada dei milongueri. Da quando Diego Armando Maradona ha indossato la camiseta col diez, per naturale assonanza grafica, Dios è stato convertito in D10s; questo spirito, sublime e perverso, ha aleggiato nella cupola del Lusail in Qatar per un tempo infinito. Si è divertito a infondere energie e idee calcistiche ai biancocelesti per oltre settantacinque minuti; li ha sbeffeggiati per i restanti venti. Gli ha concesso una sorta di remissione verso l’inizio del secondo supplementare, torturandoli successivamente sino al minuto… non saprei come quantificarlo, dati i recuperi sovrabbondanti.
Diciamo, per convenzione, al 119° e trenta secondi, ovvero un attimo prima dell’amen; lì D10s è sceso in campo deciso e ha dichiarato la sua fede argentina. Aprendo il compasso delle gambe di Martinez, oltre le possibilità di un danzatore classico, ha ostruito ogni angolo di porta al colored francofono giunto a dieci secondi dalla gloria, Randal Kolo Muani. Lì si è risolta, in via definitiva, questa disfida che el D10s de la pelota ha deciso di confezionare per innalzare Lionel Messi al rango del suo predecessore. Senza l’intromissione di questo spirito – che odora di erba, trasuda emozione e rovescia il rettangolo verde a suo delirante piacimento – non ci saremmo entusiasmati tanto; i sudamericani – provvisti di regole calcistiche ferree e di un idioma, nel mezzo del campo, geometrico e rigoroso – avrebbero fatto a brandelli i leggiadri francesotti, ricchi di prosopopea, ma poveri di inventiva. La trimurti Fernandez – De Paul – Mac Allister ha predicato calcio, stendendo un manto prezioso su cui ora Di Maria, ora Messi hanno ricamato calcio di fattura suprema.
Gioan Brera fu Carlo avrebbe chiosato: “Giughen cunt el balun tacà al pé cunt la cordeta”, per stimarne la padronanza nel tocco e nel possesso-palla. Se la memoria non mi inganna, al settantesimo, lo score era due a zero ma il tabellino, ancor più crudo, segnava zero conclusioni per i transalpini contro le 15 degli albiceleste. Un divario qualitativo e quantitativo disarmante, che aveva innescato gli olè de los hinchas, convenuti a migliaia per dimenticare le miserie delle loro lande sconfinate. I più diranno della sostituzione suicida Di Maria – Acuna; sono poco propenso a dar la colpa al singolo, piuttosto mi fa specie che team così organizzati non comprendano le derive negative di certi momenti dell’incontro. Azzerate le riserve dei mezzocampisti, sarebbe stata buona norma compattarli a far umana barriera laddove, nei fatti, la nazionale francese ha potuto godere, per contro, di un indisturbato due contro due in occasione del pareggio. Sancita la parità l’Argentina, sempre con un calcio fatto di fondamentali solidi e ripetuti, ha avuto nuovamente la forza di andare in vantaggio nei supplementari ma, a distanza di qualche minuto, è ricaduta nel peccato di superbia che l’ha trascinata ai rigori. E in quel luogo, nella stragrande maggioranza dei casi, i migliori vincono. Onore quindi agli uomini di Scaloni, onore a Scaloni, quasi un signor nessuno a questi livelli, capace di iniettare un pensiero calcistico eccellente che fonde antico e moderno; la vittoria è sua. Sua per le scelte di campo, sua per l’occupazione del territorio; l’Argentina non è stata colpo a sorpresa, l’Argentina è stata calcio allo stato puro. Un calcio essenzialmente meraviglioso a tratti, raggrinzito solo dall’impossibilità di durare novanta minuti su quei ritmi; l’assenza di rincalzi egualmente dotati li ha condannati alle sofferenze finali. Dei francesi non si può dir nulla, essendo stati miracolati dalla stasi argentina. Una qualsiasi loro vittoria sarebbe stata un autentico furto con scasso. Mbappé, osannato come il calciatore del futuro, ha marcato visita per tutta la partita; due rigori segnati e un bel gol gli consegnano una tripletta in una finale mondiale buona solo per le statistiche. Fuoriclasse certo, ma per essere ricordato tra gli immensi del calcio aspetto ben altro.

“Queda una ultima duda”, ovvero rimane un ultimo dubbio: Messi è giunto al rango di Maradona? Lionel, arrivando all’ultimo appuntamento col destino ormai usurato da oltre vent’anni di dribbling ubriacanti, ha saputo alzare la Copa Mundial, il trofeo che inseguiva sin da bambino. È giunto all’epilogo di una carriera da GOAT (*) e ha dispensato quello che gli rimaneva; senza dubbio molto di più di quanto fosse riuscito a fare in tutte le edizioni precedenti. La zurda privilegiada, il sinistro magico che il cantore degli argentini Hugo Morales gli attribuisce, ha confezionato “bon-bon” pedatori vicini al deliquio; tessere di mosaico dal valore inestimabile. Tuttavia, oggi come al Barca, ha avuto bisogno di un pacchetto di futbolistas della migliore qualità; sembrerà ingrato segnalare che, nel momento di congelare la partita, abbia, lui per primo, giocato a nascondino. Ha avuto occasioni per il k.o. definitivo, ma ha calciato con foga o si è fatto anticipare. Certo, il tap-in risolutore nei supplementari è stato suo, ma il finale da GOAT sarebbe stato con un tiro all’incrocio dei pali che lasciava di sale Lloris; invece ha avuto bisogno, ancora una volta, dell’aquilone cosmico che, sotto forma di D10s, ha tarpato il volo di Kolo Muani e ha esaltato Martinez, il para-rigori e non solo.
Caro Lionel ci hai fatto divertire con l’impossibile e puoi dormire il sonno del giusto con la Copa del Mundo nel letto; Diego, nel sogno, ti accoglierà al suo fianco sul trono. È grande, può ospitare tutti e due; Lionel potrà divertirsi con l’aquilone, essendo lui rimasto bambino dentro, come tale, impossibilitato a fare il padre di qualsiasi nazionale. Alle volte, basta uno Scaloni qualsiasi a fare da tutore, al resto penserà sempre el D10s del futbol.
Muchas gracias y Feliz Navidad.
GOAT (*) Greatest Of All Time
Aquilone Cosmico : Maradona ai Mondiali del 1986
