Coltivo, assieme a mia moglie, una debole passione per la musica classica; la Scala, quella vera, offriva un Rachmaninov con ottima pianista italiana, Beatrice Rana, bravissima, e la terza sinfonia di Beethoven, l’“Eroica” che l’immenso compositore scrisse, con sentimento ambivalente, per Napoleone. Nell’altra “scala” affrontavamo l’Empoli, sinceramente ho preferito, quasi per presagio, la sinfonia che – chi ha avuto il privilegio di ascoltare, con veri eruditi, Von Karajan o Furtwängler – nella direzione attuale di tal Shani si è rivelata un brodino stinto. Doppia delusione, quindi.
Il direttore conta moltissimo; ce lo dice il calcio. E noi che da Helenio finimmo sino a Chiappella lo imparammo sin da giovani.
Nel suo essere standard il Milziade del Trebbia non sembra imparare neppure dagli errori recenti, Napoli – Monza, ieri, Milan – Empoli, oggi.
La sua è una forma psichica modesta ma perniciosa: si chiama coazione a ripetere che porta l’individuo a fare continuativamente cose che gli danno sicurezza, lavarsi spesso le mani, per esempio, o, peggio, abbandonare sempre le diete. Sono atti autodistruttivi che il Nostro ripete con imbarazzante continuità.
Il giudizio è il solito, avendo visto la partita a spezzoni; l’Empoli ha gamba, una buona organizzazione di gioco ma, se lo sciamano Cespuglio si fosse fumato qualche peyote di meno, saremmo a celebrare uno squallido zero a zero. Poco conta per la guerra di trincea che si dovrà combattere da qui a giugno, sottolineo giugno, per rimanere abbarbicati al quarto posto, unico obiettivo reale di questa stagione che ci ha già dato il “premietto” dei modesti.
Il ripetere, stancamente, i soliti undici significa non comprendere il calcio dei tre giorni. L’aggiunta drammatica è mettere l’Asador Maximo a sorreggere un Torito a corrente alternata, avendo questi giocato un mondiale psichicamente dispendioso. Neppure la sventatezza di Skri, giocatore già “in cimbali” di suo quando non fresco atleticamente, inzurlito (*) dalle voci di mercato, ha indotto lo stratega padano a variare il modulo che assomiglia a una coperta di Linus.
Così, non mescolando sedicenti campioni con modesti pedatori, quando la tempesta si profila all’orizzonte, deve ricorrere ai giovani mozzi che fanno la figura del povero Bellanova. Sono convinto, ma Inzaghi non me ne darà mai la prova, che, se schierato dall’inizio, avrebbe fatto miglior partita. Al sessantacinquesimo, stanco, avrebbe ceduto a un Darmian o un Dumfries (ammesso che anche questo non sia sul mercato) che avrebbero speso energie più efficaci contro un Empoli meno aggressivo, per logica di usura calcistica.
Ma questo concetto non entra nella testa del Milziade che, come lo scorso anno, alternando exploit e nefandezze, porterà, assieme al suo fidato Asador Maximo, a grigliare l’ormai esausta truppa. Prepariamoci, il giro di boa porta a una finale di 74 punti, linea minima per finire in Cenpion Lig.
(*) Quando andate a cena e finite sotto la cassa della musica lounge, oppure di fianco all’amica di vostra moglie appena divisa dal marito che vuole sfogarsi, oppure tutte e due insieme, in Romagna si dice: “ ‘a mà inzurlì”… mi ha inzurlito… spero renda l’idea.
