L’inizio non è stato dei più promettenti, sia per il goal subito, sia per la concomitanza: Okereke, da solo, potrà calciare, a porta vuota, cento volte e non prenderà mai più quella traiettoria. Fortunatamente i nostri hanno tergiversato qualche minuto e poi, rimessa la contesa nella giusta carreggiata, con due cornate del Toro l’incubo Cremonese è stato scacciato.
Lo dico a cose fatte perché, nello svolgersi della partita, ho rintracciato le solite idiosincrasie che ci accompagnano da troppo tempo; pur essendo un caustico requisitore del Milziade, spezzo una mezza lancetta a suo favore. Non credo sia semplice gestire l’Inter e l’Inter di questi tempi – con giocatori in partenza, giocatori svogliati e supposti campioni sul viale del tramonto – credo sia ancor più complessa.
Lui governa la barca con una ripetitività che, pur facendo apparire il gioco molesto e scontato, se non altro dà un minimo di certezza ai singoli; ma siamo alla scelta tra morire fulminati o annegati, poco cambia alla fine.
In questo contesto che sa di apocalisse, tipico scenario nerazzurro, mi piace centrare l’attenzione su un problema endemico che denominerei “la maledizione degli ultimi sedici metri”.
Guardo i numeri. Cominciamo dai più semplici: quattordici angoli a favore. Avessimo giocato ai giardinetti (tre corner = un rigore) avremmo risolto il match in poco più di venti minuti; siamo in serie A e da un corner su 14 è nata l’azione del pareggio. Trenta, ho riguardato più volte i tabellini, conclusioni di cui dieci nello specchio della porta. Ora, prendere una volta su tre la porta avversaria fa preoccupare; detta peggio, almeno venti volte siamo andati lontano dal bersaglio, roba da scoraggiare il pubblico che acquista i biglietti dietro la porta.
Non conto poi le azioni offensive che portano alternativamente El Panteron ed Ercolino – col supporto di Basto, Chala e Baby Face – a mettere palloni in mezzo ove i nostri sono piazzati peggio che all’oratorio: in gergo la chiamano “divisione dell’area difettosa”. A casa mia significa mancanza di automatismo nella zona nevralgica del campo; tutto ciò si traduce in un palese sbilanciamento della squadra che, accorrendo disordinata in quel luogo, ha lasciato praterie ove i cremonesi hanno potuto imperversare ma, essendo auto-marcanti, i danni sono stati di modesta entità. Quando poi, ai due attaccanti presentabili, si sono sostituiti El Asador Maximo e l’ex-Belva di Anversa, la “conclusività” nostra è diventata nulla, col risultato di alimentare perennemente la controffensiva sterile degli opponenti. Quello che abbiamo acquisito è un vizio capitale che mi fa pensar male: non si possono fare 40-45 attacchi per partita e concretizzarne una risicata percentuale. Certo Gekko ha brillato in rifinitura ma è stato effimero nelle conclusioni; dal Giando non possiamo aspettarci nulla. Chala mi pare, assieme a Miky, guardingo; lo aspettano i lavori forzati in settimana e sprecare più del giusto significherebbe finire in bolletta per le due fondanti sfide che ci attendono. Se non segnano gli attaccanti qualcun altro dovrà ben pensarci, ma non parrebbe il caso nostro.
La difesa è e sarà una sofferenza, Skri è già all’“au revoir!”, ammesso che abbia ancora qualcosa di nerazzurro cui essere legato; il Durlindana, schermo difensivo importante, archivierà questa stagione come quella del declino, salvo rianimarsi con soldi diversi dai nostri. Asllani per il Milziade è solo la riserva del Chala e non può giocare in altro ruolo del centrocampo e, via il Turbinante, siamo all’acerba primavera, Carboni, Fontanarosa e Zanotti. Non confortante se devi ancora batterti su tre fronti. Col titubante gerontofilo (amante del vecchio) Milziade “peggio me sento”, si dice a Roma.
La corsa Cenpion Lig è ristretta a cinque squadre per tre posti, avendo noi da affrontare in casa tre su quattro delle pretendenti; non un vantaggio da poco. Napoli vincitore ormai scontato, con dieci vittorie in diciotto partite si renderà irraggiungibile. Siamo secondi, meglio così che peggio.
