Detta piatta: bisognava passare il turno e così è stato. Il calcio ha un altro indirizzo ma, è bene ricordarlo, analoghe sfide costruirono l’epopea del calcio all’italiana.

Mi viene in mente l’epico 0-0 con i discendenti di Arminio del Borussia Mencengladbac, agli ordini di Gunter Netzer, nella ripetizione della partita con la lattina finita 7-1 per loro e poi invalidata. Nella medesima edizione rimanemmo asserragliati a Glasgow, sponda Celtic, per prevalere ai rigori e scontrarci contro gli invincibili lanceri di Amsterdam. Andammo al Maracanà di Belgrado (Stella Rossa) per custodire un golletto iniziale di Carlo Muraro, con Mozzini che liberò di tacco sulla linea di porta, nell’edizione post-scudetto del Bersella. In Uefa subimmo vari arrembaggi, non sempre festosi, che temprarono le nostre coronarie, spesso in Spagna.

Il resistere è senza dubbio punto d’onore; stringere le fila, sebbene rabberciati nel fisico e nella mente, è gesto meritorio. Ci regalerà altre due contese, dall’esito probabilmente segnato; pur sempre due pretesti per issare in cima ai nostri pensieri scaramanzie, rituali e preghiere pagane.

Io ne ho abusato e, alla fine, abbiamo avuto ragione anche della maglia gialla che, detto tra noi, per me mena rogna.

Milziade ha fotocopiato le formazioni recenti e, tenendo gli esterni bassi contro attitudine, si è parato dai possibili contropiede dei lusitani, innamorati del pallone, che fortunatamente gestiscono al ritmo del fado, un tempo di gioco adatto al nostro gerontocomio pedatorio. Questo ha in parte agevolato la linea difensiva dove Baby Face, Acerbone e Basto hanno dardeggiato con sapienza. Quando sono stati superati ci ha pensato il Cespuglio Sciamano che ha fatto parate provvidenziali e ha trasmesso coraggio a chi questo coraggio dimostra di non averlo mai.

Mettendo il laterizio (mattone) – sinistro o destro non ricordo – sulla linea di porta al minuto 93 El Panteron ha riscattato una stagione, non solo una partita, nella quale le pene corporali sarebbero una blanda punizione per le sue espressioni oltraggiose nel trattare il pallone.

A centrocampo El Chala e Miky hanno agito con vigore e mestiere non avendo però possibilità di dialoghi con i due forwards, più utili nella propria area che in quella avversaria. Lukakone, subentrato, ha fornito mezzo lampetto illusorio, mentre è parso annebbiato El Toro, sempre discosto nella fase offensiva. Di Gekko taccio, penso sempre di più cha la sua mente sia lucida, ma il suo corpo non le obbedisca. Il Turbinante ha sprecato molto e corso altrettanto finendo sostituito; Brozo ha aggiunto mestiere e qualche colpo di durlindana, assecondato da un Sant D’Ambroeus tonico in più di una circostanza. L’olandesina ha puntellato le mura nerazzurre venendo graziato nella solita marachella che lo contraddistingue. La rogna di Spezia si è trasformata in sorte a Oporto; è il calcio amici. Oggi il Milziade è un genio della strategia e venerdì un asino ragliante da ritiro del patentino di Coverciano; è l’ottovolante che si chiama Inter.

Quando si esce da queste partite si diventa tutti fratelli; è come sopravvivere a un disastro aereo o a un terremoto. La sorte ti ha scelto contro la scaramanzia: come dice mio cugino Puccio, “al gatt naigher” ci ha salvato. Io l’ho corretto, lo sciamano si traveste da “felino color funereo” ma quando c’è da spiccare il volo evoca i super – poteri che derivano da geni ancestrali del continente africano.

La sbornia della vittoria in “aggregate” porta al turpiloquio calcistico; il football vero, come detto, ha un altro indirizzo che speriamo di non vedere nel prossimo turno anche se, assottigliandosi gli scarsi, le probabilità si innalzeranno e non poco. L’ultima volta ai quarti fu dopo aver superato il Bayern a Monaco con rete del macedone Pandev, avendo rischiato la goleada nel primo tempo. Un giovane nordafricano, tifoso nerazzurro forse emigrato con chissà quale barcone, venne intervistato per motivare la sua passione per l’Inter e rispose convinto: “Inter squadra di paura, tantissima paura!”. Un messaggio autentico, detto da uno che aveva visto la morte in faccia. Noi giochiamo con questo sentire ogni volta che undici nerazzurri scendono in campo, un male invincibile che ci piace affrontare in sere come queste.