Il decimo comandamento recita: non desiderare la roba d’altri. Calcisticamente, non desiderare la squadra d’altri, l’allenatore d’altri e via così.

In queste sere emaciate, di calcio esausto, desidererei essere tifoso dell’Akragas che domani si gioca con l’Enna il primo posto del girone nella promozione sicula; meglio un calcio pane e salame che questo ricco di pretese e infarcito di broccaggine.

Il girone di ritorno è alla Inzaghi, un marchio di fabbrica; a questo si aggiungono attaccanti da sodomia, centrocampisti sfiatati, esterni da pena capitale e difensori farfalloni, il tutto condito con un pizzico di rogna che, notoriamente, accompagna “volontieri” (alla milanese) gli sfigati, nell’accezione più ampia del termine.

Volendo essere della scuola di Milziade, potremmo recriminare sulle occasioni sprecate; nei fatti la prestazione è lì da vedere. La Fiorentina ha imposto ragnatela difensiva avanzata, pressione alta e una certa prontezza di fraseggio; ha delineato un modo di fare calcio moderno, concedendo ma ottenendo varie opportunità. Italiano, schierando una punta, ha sistematicamente disorientato i nostri tre gianduiotti; il solo Baby Face è parso conservare lucidità mentre Basto è risultato poco attento nel gol viola.  Acerbi ha iniziato la parabola discendente dopo numerose buone partite. De Vrij poco impegnato e ingiudicabile.

Gosens ha dato impressione poco palpabile mentre El Panteron, partecipando attivamente a più di un attacco, ha confermato il mio sentire: sempre grati gli saremo per quel piedone a Oporto ma, da ora in avanti, accomodarsi in tribuna perché “sarebbe ora di basta”. Il Durlindana biascica un calcio alternato, poco lucido in proposizione e ombra di sé stesso in ripiegamento. Turbinante non segna da sei mesi, starnutisce palloni pericolosi e ha rispolverato uno dei detti del grande Bernardini: un palo è un bel tiro sbagliato di poco.

Miky, anche lui con la tanica vuota, ha vanificato azione sontuosa con scelta finale sbagliata.

L’attacco… definirlo tale sarebbe insolentire il calcio; la Belva di Anversa ormai sembra Buffalo Bill ai tempi del circo, mentre l’Asador esegue inutili dribbling e giunge puntualmente in ritardo laddove l’anticipo significherebbe rete. Gekko parlum minga, El Manzito gioca ormai un calcio lento e strisciante.

Riguardando tra le pieghe, leggiamo occasioni pari con i viola, corner simili e solito strabordante bottino di cross, trentatré: per non fare nulla.

Hanno avuto ventura Bellanova, volitivo, e Asllani, ordinato ma etereo. Visti giocare oggi, non sfigurerebbero e questo fa capire quanto arguto sia il Milziade nelle rotazioni.

Sono stati concessi 1676 m a Dumfries e 221m a Bellanova; l’indigeno vale 7 volte meno del Panteron? La risposta è fin troppo facile. Lo stesso potremmo dire dei 2137 m a Barella contro i 315 m lasciati ad Asllani.

Il gioco dispendioso e irrazionale del Milziade Trebbiense condanna la squadra all’esaurimento; una partita come quella di oggi poteva finire 0 – 0 o tre a tre, non si poteva perdere. L’undici nerazzurro è esanime; non arriviamo mai sulle seconde palle, perdiamo contrasti a ripetizione. È il segno tangibile di una condizione psico-fisica derelitta.13 punti su 9 partite, ovvero media 1,44 a partita; 15 punti da qui alla fine ci porterebbero a 65, cifra che non è mai bastata a far nulla. Se il modulo di gioco porta alla conclusione spesso gli esterni, o questi sono dei cecchini, oppure quel modulo non funziona. Se gli attaccanti hanno incontrato un periodo di forma drammaticamente negativo, perché condannare sistematicamente la squadra a giocare in dieci e non proporre mai un centrocampista in più, libero da compiti di ripiegamento, che hanno sfiancato tutti gli appartenenti al reparto? Basterebbe giocare il 3-5-1-1, uno sforzo matematico che il Milziade non potrà mai contemplare.

Spero di sbagliarmi ma i titoli di coda saranno lunghi e dolorosi; forza povera Inter, bistrattata da insipienti calcistici.

IL PENSIERO DI ALBE

Derelitti a San Siro, davvero.
Ieri mi è venuto in mente Hotel Gagarin, commedia con Battiston e Amendola, storia di una scalcinata accozzaglia di aspiranti attori mandati in Armenia da un produttore truffaldino a girare un film con uno scalcinato regista.
Noi facciamo GuglielMotel a Capriate, dove finisce tutto a puttane.
Barella è un pacman posseduto dal demonio, Lukaku la versione agli estrogeni di Juary; Dumdum il capotribù dei Wahha-put-Hanga, negher del menga grandi, ciula e balabiott. Salvo Onana, Baby face e i trascurati Bellanova e Asllani.
Finchè rimarrá el Gialdún, sará riso amaro.
Vediamo ora cosa preparerá l’uomo con la benfica in mezzo.
Che Stephen King ci assista!
Stefano ha ragione, con il Gialdùn versione orientale delle mummie dei film con Bela Lugosi e Boris Karloff finiremo imbalsmati pure noi.
Aggiungo che abbiamo un monte ingaggi che grida vendetta e invasioni di locuste ad Appiano Gentile.  Io li pagherei tutti, giuocatori e dirigenti, in punti Fidaty, in digitalbit coins del nostro sponsor o in confezioni di tofu antirughe di Wanna Marchi.
L’ultimo in ordine di mancanza di ritegno il Basto che chiede sei milioni netti, in occasione del goal di Bonaventura grande imitatore del passo di balletto di Cochi e Renato, gamba piegata in avanti, allargamento a destra di 90 gradi e riposizionamento a terra mentre Jack stava già correndo ad esultare.
Prima di lui Gekko con 5 milioni, al posto di un loculo a Musocco con foto smaltata in omaggio. Mi fermo.  Senza dignità.