Lo sappiamo da tempo, quasi ne godiamo: siamo malati. Lo ha certificato mio cugino Gianni, interista di recente acquisizione, non essendosi interessato di calcio per oltre sessant’anni, casualmente inghiottito da questo gorgo nerazzurro. La sua affermazione non lascia scampo: siamo bipolari.
Tutti lo sappiamo, ma facciamo fatica ad ammetterlo; oppure coltiviamo il bipolarismo come anticamera della pazzia, breve demarcazione di una libertà senza confini o angusto monolocale dove alberga solo la devastazione.
Ieri sera, imboccando viale Caprilli, occhieggiante di fari rossi, percorso da moto in contromano salutate da vigili conniventi, ho visto un fiume di bipolari, vestiti per la festa, ma con dentro l’anima del possibile funerale. Inutile nasconderlo, in sere come quella di ieri, affiora la “sindrome di Augenthaler”(1), oppure il “morbo di Jordi”(2), fino al prossimo male, che sarà “la malattia di Sheva”(3).
Sono passati da tanti anni, eppure rimango sulla pelle come la cicatrice del vaiolo; corrodono l’anima e obnubilano la realtà.
La partita col Benfica doveva e poteva essere “turning point”; nei fatti, è finita lasciandoci preda dei soliti demoni. Ti interroghi e rimani davanti al solito bivio: potrà regalarci un piccolo futuro da sogno oppure sarà solo l’ennesima porta che apre la via del supplizio. I’m Inter, I’m Milan (città, per carità) recitava la coreografia spettacolare di ieri; ebbene sì, questa è l’Inter.
Un primo esempio? Eccovi serviti: abbiamo due punti in meno dei cugini, ci scontreremo con loro per andare a Istanbul e, noi non loro, dovremo affrontare la JMLS per accedere alla finale di Coppa Italia. Noi siamo quotidianamente sull’orlo del baratro, loro sono una squadra dal futuro dorato con giocatori di valore planetario.
Come è possibile?
La possibilità nasce dalle sensazioni che allo stadio, più che alla televisione, divengono materia palpabile; in quel dannato catino, delirio e silenzio si alternano, segni e sintomi del nostro bipolarismo. Non abbiamo realmente rischiato nulla ma abbiamo mostrato un campionario delle nostre contraddizioni in una partita che doveva essere una pratica da ufficio postale.
Posso dare giudizi trionfali su una parte del lavoro di Turbinante, mondiale la rete che ha dissipato le tenebre; in essa c’è l’essenza di quello che dovrebbe essere Nicolino, calma nel gestire un pallone scomodo, sensibilità, e non irruenza, nell’indirizzarlo laddove “si annidano i nemici del pulito”, l’irraggiungibile angolo alto. Il corridore gesticolante e urlante dovrebbe essere soppresso.
Rimango estasiato dalla professionalità di Miky; l’armeno sa leggere i momenti, guida i palloni decisivi e con un gesto sublime ed elementare permette a Ercolino di caricare giri e traiettoria di qualità per consentire al Toro di insaccare la rete della fine. Chiamandolo Toro lo riporto al lignaggio che merita e che spero si meriterà da qui in avanti. Dimarco ha avuto la corsa che gli riconosciamo, due dei tre gol vengono di lì. Il trio di difesa, perennemente sotto doppia pressione, si destreggia con mestiere e un’amnesia che, se fatta col Benfica è un colpo di tosse, ma che in una competizione tirata può essere fatale. Ho visto bipolare Cespuglione, in completo verde pisquano, ha ispirato la manovra offensiva con lanci alla Suarez, forse l’innovazione calcistica più eclatante del monocorde Milziade. Per contro mi è parso fintamente reattivo in qualche circostanza. Il Durlindana ha rotto la spada, combatte con un’elsa consunta e un residuo di lama spuntata. El Panteron vive in un pendolo calcistico informe, ora avanti ora indietro, raramente incisivo. Di Gekko non so che dire: ieri ho pensato avesse una molla nel petto, tanto gli arresti fossero vicini all’obbrobrio. Svaria per cercar aria e chiede risalite a chi, spompato da mille corse, non ha né il tempo, né la voglia di dargliele. Per me uomo aggiunto agli altri.
Nella fiera delle contraddizioni si è inserito, a buon diritto, l’Asador Maximo; richiamato dalla griglia verso i tre quarti del secondo tempo, è entrato in campo con il solito fare smarrito. Ercolino gli ha porto la sfera dentro l’area, si è girato senza farsi rubar palla, ha spostato la palla sul destro eludendo un timido tentativo del suo opponente e ha scaricato un preciso destro a giro che ha baciato il palo ed è finito in rete. Da lì è cominciato una specie di Carnevale di Rio celebrativo con tanto di sfida al pubblico e l’espressione tipica di chi vuole dire: “Avete visto di cosa sono capace?”. Ora, caro il mio Asador Maximo, se questo fatto avvenisse quindicinalmente o mensilmente potrei dartene atto, ma essendo questo episodio casuale sarà bene che ti scusi e ci ringrazi ogni volta che ti applaudiamo a 200 k euri per apparizione!
Ultimo, ma non meno importante, il Milziade del Trebbia; ieri l’ho osservato attentamente, tarantolato oltre il lecito, in una partita che doveva essere scritta.
La sua agitazione suprema si realizza proprio in quelle fasi che, nel calcio moderno, dovrebbero essere talmente codificate, da non destare nessuna apprensione: le palle inattive. Stupefacente il ruolo svolto dal fido Farris, devoto e silenzioso, che, armato di lavagnetta elettronica, indica i movimenti ai subentranti; in un modulo monocorde, cosa dovrai mai spiegare a Gosens? Potremmo dirglielo noi, fascia sinistra avanti e indreé… Per contro, la squadra gli ha sommessamente detto come vorrebbe giocare, ma lui non recepisce; con lo stato di forma degli attuali attaccanti, almeno in una fase dell’incontro, avere un centrocampista in più sarebbe vitale. Libererebbe da compiti di ripiego Miky e Barella che, se lasciati meno vincolati all’avanti-indietro, ci potrebbero dare quei gol che servono. Miky ha avviato tre controffensive eccellenti nel secondo tempo, ma lo ha fatto quando la qualificazione era in cassaforte, prima, da professionista serio, ha giocato col freno a mano in una rete di portoghesi che, per quanto sterili, ci hanno impegnato oltre il lecito. Con loro, il ricoverato Chala potrebbe ottenere uguale vantaggio.
Il Milziade si vanta della semi-finale che, prima di lui, avevano conseguito i Sommi, ma anche Bersellini, Invernizzi, figli di Inter autarchiche e amalgamate, il secondo non certo un entrenador di fama. A questi, anime di interismo, si aggiunge Cuper, una iattura fatta uomo; speriamo che lo stratega di Rottofreno non si omologhi a quest’ultimo. L’Hombre Vertical, affrontando il Milan in semifinale, ci regalò “la malattia di Sheva”, eliminazione senza sconfitte, il massimo per uno sfigato!
Legenda
- Sindrome di Augenthaler. Il capitano del Bayern 88-89 era Klaus Augenthaler, vincemmo a Monaco 2-0 con la memorabile sgroppata di Nicolino Berti e perdemmo in casa 1-3 subendo 3 gol in sette minuti
- Morbo di Jordi. Da Jordi Cruijff, il figlio “illegittimo” (calcisticamente) dell’immenso Johannes, star del Deportivo Alaves, squadra della ridente cittadina di Vitoria, Paesi Baschi Spagnoli, oggi in Sugunda Division. All’andata pareggiamo 3-3, basterebbe un pareggio per qualificarsi alla semifinale di UEFA, quando l’UEFA era una signora competizione. Tardelli illumina dalla panchina e, ovviamente, nei pressi dell’ottantesimo, il gol di Jordi avvia la meravigliosa storia dell’Alaves. Perderemo 0-2, a scanso di equivoci.
- Malattia di Sheva. Primo Derby di Champions contro un fortissimo Milan; noi siamo reduci dal 5 maggio dell’anno precedente e traccheggiamo in campionato ma avanziamo, non si sa come, in Coppa. Andata 0-0; ritorno in casa, i gol in trasferta valgono doppio, e Sheva insacca all’inizio del secondo tempo. Agonia fino all’82 quando Martins pareggia e Kallon, a uno sputo dall’amen, si trova solo davanti ad Abbiati: tiro, tibia di Abbiati, corner…il Milan a Manchester… che brutto presagio.
