Ne fui stregato quando, bambino, guardavo quest’uomo adulto, ormai stempiato da una precoce calvizie, incedere, testa alta e ispirata, nel verde smeraldo dei giorni di San Siro col sole.

Suarez aveva già gloria quando all’Inter portò un verbo calcistico diverso, una geometria che prevedesse nella precisione del lancio il postulato per rovesciare repentinamente il fronte. Sapeva che la velocità da pantera di Jair e la folgorante progressione di Mazzola, nonché l’incursione imprevedibile di Facchetti, avrebbero avuto bisogno di palloni goniometrici da sospingere a un sol tocco per giungere nelle zone nevralgiche del gioco.

Luigi, come amavano chiamarlo i suoi sodali, era fulcro e leva; catalizzava sfere e, agendo da antesignano “box to box”, tesseva trame con orditi di raffinata varietà. Non disdegnava la conclusione, che spesso era risolutiva. Ma il suo vero amore era il collettivo; caracollando nelle terre di mezzo, calamitava ogni possibile fraseggio. Talvolta agiva in un corto mai banale oppure attendeva l’attimo per lanciare l’offensiva letale; ricordo ancora quei palloni che, sospesi in un nulla materiale, facevano trattenere il fiato sino a quando, giunti a destinazione, accendevano l’ultimo assalto alla porta avversaria. Era Principe di un’Inter asciutta ed essenziale; semplice come il calcio dei sommi.

Suarez era anche capace di portare la gerla nei momenti difficili, avendo capito, da calciatore nato, che il football avesse regole umili che i grandi, per essere considerati tali, dovrebbero conoscere. Brera lo aveva apostrofato con “faso tuto mi” di veneta rimembranza; ma il suo essere perno non era gesto da vanaglorioso ma vera coscienza calcistica. Meglio di lui nessuno e quindi perché non assumersi l’incarico che la Dea Eupalla gli aveva affidato già dai tempi di uno sfolgorante Barcellona con il quale era assurto a Pallone d’Oro.

Partecipò al sottile declino dell’età retrocedendo come libero; ultima sfavillante dimostrazione del suo totalitarismo calcistico. In un modesto Inter – Sampdoria dal dubbio significato sportivo, essendo io dietro la nostra porta, vidi tre giovani doriani inferociti cercare un contropiede contro lui solo: Luis non si scompose, attese l’attimo e, con lieve destrezza, oppose un piatto destro preciso. I tre corsero via, orfani del pallone che, in suo possesso, volò immediatamente a sessanta metri verso un fortunato compagno. L’ovazione di San Siro fu paragonabile al gol. Per me fu l’ultimo Suarez; il resto della sua avventura calcistica merita l’oblio, tanto distante fu dalla sua maestria col dieci sulla schiena.

Luis Suarez Miramontes, giunto sulle sponde del Naviglio, si convertì all’Interismo con tale convinzione che, apertamente, rinnegò il suo passato (vedasi Butifarra di Cecio qui allegata) divenendo anima di un progetto che non avrebbe più avuto eguali nella nostra storia. E noi non avremmo più avuto nessuno come Luisito.

Il tempo ha condotto la triade d’inizio di una formazione leggendaria in campi dal verde eterno, da oggi, purtroppo, è compresa la fine… Suarez, Corso!