Certi risultati sono scritti negli astri; impensabile che JMS perdesse la quinta partita consecutiva contro di noi, difficilissimo vincere due volte consecutive al JMS’Stadium, impresa riuscita a due Inter malandate di inizio millennio.

L’orizzonte era quindi il pareggio, avrebbe avuto il sapore dell’idrolitina, ma sarebbe servito a mantenere una tenue speranza; la sconfitta – che ha un nome e un cognome, nonché qualche correo – segna la fine della stagione 22/23 per il titolo e complica maledettamente la corsa al quarto posto.

L’asticella più alta, non tanto della categoria, JMS è modesta come dice la sua classifica attuale, quanto dalla situazione contingente – Torino, il Derby d’Italia – ha nuovamente messo a nudo i reali difetti di questa squadra.

La partita è stata il trionfo dei se e dei ma, l’apoteosi dello spreco lussurioso, diventato un triste marchio di fabbrica della compagine guidata con la riga in mezzo.

Avessimo concluso due a zero il primo tempo non ci sarebbe stato nulla da dire; avremmo potuto marcare anche nella ripresa ma, nei fatti, è come avessimo perso tre a zero. Solo l’occhio vigile del VAR ha potuto cambiare, per un attimo, il corso dell’incontro.

Chi vince festeggia, chi perde spiega, dice un adagio sportivo attribuito a Julio Velasco; io, da perdente, spero di fare esercizio migliore analizzando.

I numeri dicono molto, a riguardo: se in tredici partite prendi diciannove gol c’è qualche problema di assetto, considerato che Bologna e Salernitana ne hanno subiti quanto noi.

Non abbiamo ancora pareggiato una partita, segno dell’incapacità di gestire le situazioni, di rimediare alle sfortune o di capitalizzare delle fortune.

A turno i giocatori, o sono sfavillanti, o deludenti, un’altalena che preoccupa; questi balzi di umore non sono mai figli della forma, ma di quella alchimia psico-fisica che un bravo direttore d’orchestra deve intuire e miscelare.

Questi tre indizi portano al Milziade del Trebbia; l’è ‘n brav fioeu, allenare l’Inter è affare diverso.

L’uomo con la riga in mezzo è simile alla cucina del suo territorio: se voi andate nel 90% dei ristoranti nel piacentino, non avete bisogno del menù, ve lo dico io.

Antipasto di salumi misti, la coppa è speciale, pisarei e fasò, caramelle burro e salvia, anolini in brodo, qualche secondo simil brasato, zuppa inglese e sbrisolona, rosso gutturnio, bianco ortrugo.

Quest’ultimo evitatelo con cura perché è un incrocio tra il “mastro-lindo” e lo “spik e span”, l’enologo che lo ha concepito è il padrone o del Maalox o del Gaviscon.

Il suo 3-5-2, ossessivo menù piasentein, è un noioso ripetersi di errori, di scelte sbagliate, di convinzioni ottuse che la squadra cerca di modificare, ma che lui non riesce a correggere. Nell’80% dei casi con i cambi non inverte la partita, non ha mai una mossa alternativa, mai una carta che sparigli il mazzo.

Gekko è uomo da venti minuti finali con squadre di basso rango; oggi è stato il primo correo, squilibratore offensivo, centravanti inoffensivo. Improponibile.

Abbiamo una triade di centrocampo in ottima forma, perché non aggiungere un quarto centrocampista per dare maggiori possibilità ai tre di offendere e di non sfiancarsi in un lavoro di recupero nel quale, peraltro, non eccellono. Oggi abbiamo preso due gol in contropiede quando avevamo palla dentro l’area della JMS; è un peccato mortale tattico. Ne abbiamo rischiato un terzo ma Cespuglione ha messo la manona. Il secondo gol è frutto di un intervento scoordinato di Gosens che difende in affanno, segno di uno sconquasso posizionale degno di una provinciale.

Abbiamo preso gol su corner, poi annullato dal VAR.

Per contro, Gekko ha intercettato un bel tiro di Dimarco, espressione di una divisione dell’area approssimativa, El Manzito ha fallito le occasioni cambia-partita (se segna nei primi minuti diventa un Murcielago, altrimenti pascola e rumina) ma era uno contro quattro nella prima e, nella seconda, sfatto dall’acido lattico accumulato per correre dietro agli assalti imprecisi degli esterni. Tra essi Ercolino è parso molto più fattivo del Panteron che, arrivando con passo ignorante, ha spedito fuori dallo stadio quando, avesse solo fatto rimbalzare il pallone su di sé avrebbe marcato. Il Turbinante ha svolazzato fino a quando si è fatto uccellare da Kostic; da lì si è sconnesso e solo la protervia del Milziade nel cambiare gli ammoniti, gli ha regalato altre delusioni. Infatti, panna acida su questa sbrisolona possa (posso in milanese sta per raffermo), quanto più ha cambiato, tanto più ha generato confusione perché quella è l’unica nozione che sa trasmettere.

È inconcepibile che una squadra, subito un gol, non sappia riorganizzare un’offensiva degna di questo nome, se non un arrembaggio a ritmi sonnolenti, balbettante nei tocchi, irrisorio nelle occasioni, peraltro regalateci da una JMS animata da livore ma priva di reali argomenti calcistici.

Quando, nel 1967, quattro ragazzi di originari della West Coast, Los Angeles, decisero di dare un taglio col passato giunsero alla composizione di quel capolavoro che suggellò uno dei film più straordinari della storia del cinema: Apocalypse Now.

Coppola, per musicare inizio e fine di quella tragedia dell’anima che si chiama guerra, scelse i Doors: la voce profonda di Jim Morrison, le tastiere psichedeliche di Ray Manzarek, la chitarra orientaleggiante di Robby Krieger e la batteria con richiami tribali di John Densmore.

The End.

Nella seconda strofa il nostro destino gramo di questa stagione annunciata.

The end
No safety or surprise
The end
I’ll never look into your eyes again

Can you picture what will be?
So limitless and free
Desperately in need of some stranger’s hand
In a desperate land

 

Disperatamente in cerca di una qualche mano straniera,

in questa terra di disperazione

 

Perdere con JMS, particolarmente con questa JMS, è un peccato non lavabile.

Basta pisarei e fasò, non voglio più il Gutturnio; datemi un’amatriciana ignorante, una fiorentina da chilo, un foie gras speciale e che il cuoco non abbia la riga in mezzo!

Lo voglio fintamente pettinato, come Keith Richards, che mi imponga dei riff di chitarra che mi squassino le budella; basta palla indietro, basta fraseggio elaborato e possesso palla… basta, basta, basta!

Prendere gli olé finali da questi non è mestiere da Inter; chi dobbiamo ringraziare?