Al Milziade piace la coppa
Una finale racchiude l’essenza del calcio; in essa si trovano tutte le contraddizioni di questo sport che non risponde a regole esatte, sebbene si cerchino in ogni ciuffo d’erba. Il grande Mou, dall’alto d’una saggezza calcistica superiore – essendo lui stesso stato vittima delle bizzarrie della pelota – sentenziò: meglio allenatore fortunato di allenatore bravo.
E questo credo sia il giusto preambolo per giudicare una disfida che, in onore alla data, è parso una sorta di Piave calcistico nel quale Handa e compagni si sono rifugiati per incamerare il titolo che salva la stagione. Il frullatore nel quale siamo stati inseriti, durante tutta questa “temporada”, è la vera attenuante che uso per giudicare questa prestazione; per canoni pedatori classici saremmo stati facili vincitori. Ma la facilità nel pallone è una suadente illusione; il subitaneo svantaggio ha chiarito le idee a chi pensava di risolvere in leggerezza. Qui Eupalla, Dea propizia in questo scorcio di stagione, ha imposto le mani e – complice anche la maglia mappamondo, vero amuleto al pari dei cornetti del mio amico Gege – ha reso vani gli assalti degli “austriaci” vestiti di viola alle sponde del Piave che, mormorando, ha spinto fuori dalla porta gli arrembaggi insistiti dei gigliati.
Nelle stranezze che hanno accompagnato l’incontro vanno inserite le prestazioni dei singoli: nonno Handa ha spacciato ansie col suo immobilismo e quando si è mosso ha rianimato i fiorentini, salvo poi sventare da campione su Jovic. Il trio difensivo è stato messo sotto pressione da subito; Ciuffetto, sbadato, ha chiuso su Acerbi alla prima occasione e ha liberato Gonzales per il vantaggio viola. Ace ha smacchiato meno del previsto, Baby Face mi è parso ansimante salvo mettere pezza provvidenziale, sulla linea di porta, quando i supplementari erano più che un’ipotesi. Il Durlindana ha mischiato vigore e confusione, El Chala è salito alla distanza mentre il Turbinante, col solito mulinare, ha servito palla deliziosa al Toro ma ne ha sprecate, per scelte non oculate, una decina, troppe per i miei gusti. El Panteron ha sbagliato sempre l’ultimo passaggio mentre Ercolino, in queste occasioni, avverte il peso della maglia, che ne limita il raggio d’efficacia. Gekko è approdato alla sua classica serata “…che Dio ce ne scampi e liberi” mentre il Toro ha mostrato cosa vuol dire essere campione del mondo. Sarà stata l’esperienza Qatariota, sarà la forma, ma il delantero de Bahia Blanca ha letteralmente regalato la coppa a quest’Inter nerboruta ma sconclusionata. Questo è il giocatore che vorremmo sempre avere; peccato che cinquanta e passa partite a questo livello siano impossibili anche per uno come Pelé, pace all’anima sua.
Nel gestire l’incontro il Milziade ha usato lo stratagemma Gekko-Lukaku per rinforzare l’attacco quando la partita si sarebbe dovuta risolvere in via definitiva. La Belva c’ha provato ma con meno fortuna e, successivamente, è stato risucchiato nel tormentato gorgo disorganizzativo che il Milziade ha provato a innescare quando ha sostituito Chala con il Giando e il Toro con Correa. Condannando la squadra a giocare otto contro dodici/tredici ha minato coronarie, stomaci e intestini nerazzurri non si sa bene per quale motivo. Hanno rappezzato l’Olandesina e il tudero Gosens, che è arrivato a un amen dal k.o., ma ha recuperato un paio di sfere vitali. Abbiamo incamerato il secondo “titulo” della stagione con pathé d’animo non preventivabili in una sfida come questa; il Milziade, nel suo modulo monocorde, ha portato la nave fuori dalle secche, onore al Milziade. Navigare in mare aperto credo sia affare diverso, ma il calcio non ammette queste regole. Il Trebbia, luogo a lui consono, gli ha dato l’esperienza per il Piave di questa sera, i nostri fanti hanno retto l’urto di Cabral e compagni. Bravo lui e bravi tutti. Prepariamoci al 10 giugno; nel 1940 l’Italia dichiarò guerra a Francia e Inghilterra…spero che le analogie vadano per il verso contrario, altrimenti non basterà un saccone dell’Ikea per tempo
