La vittoria è sempre banchetto gioioso; la sbornia del gol in più trasmette un’ebbrezza che trascura il reale, traduce il sogno in materia e cancella la verità asettica di chi vuole il calcio simile, se non uguale, alla matematica.

Fa parte di questa schiera quel simpaticone di Xavi, la cui empatia personale è inversamente proporzionale alla sua sapienza calcistica; nutrito dal verbo del “tiki-taka”, il catalano ne ha raffinato l’uso – che era consentito solo alla maestria sua, di Don Iniesta e del vate Messi – per riproporlo con sicuri fuoriclasse come Pedri e Gani. Peccato che la presunzione narcisa di entrare col pallone in porta possa essere fronteggiata con mezzi rozzi ma, questa sera, efficaci; è bastato un po’ di mestiere e un’attenzione differente per salvare un risultato impensabile.

La sorte, che si era accanita contro le schiere nerazzurre sabato, si è rivoltata contro i blaugrana, al resto hanno pensato le stregonerie di Cespuglio Onana che, solo per quello, meriterebbe la titolarità. Indossando mantello arancione cangiante, per sé stesso incute rispetto, svolazza a casaccio, ma poco importa; diviene presenza scombinata e scombinante, fattore di confondimento che, almeno per questa sera, ha sterilizzato i vanesi catalani. Le scelte di Milzi sono state, come sempre, standard; impensabile l’invenzione nell’uomo con la riga in mezzo. Ha tuttavia dato ruolo a giocatori, mi riferisco particolarmente a Miky e Baby Face Darmian, che hanno espresso esperienza e normalità nel gioco, essendo accorti tatticamente ed efficaci nelle brevi sortite offensive.

Questo ha consentito al pivotale Chala di amministrare con meno ansie, fino a farlo concludere con la specialità della casa: il tiro dal limite, non a caso collaudato in apertura e definito con micrometrica precisione al crepuscolo della prima frazione. El Chala, se in serata, ha respiro europeo per sessanta minuti; poi si spegne perché forzato a una doppia fase che non riesce a interpretare, se non con la volontà delle occasioni uniche, come quella di questa partita. Il migliore.

Dimarco è stato esponenziale, lui stesso meriterebbe un raggio d’azione più ampiamente offensivo e questo gli è stato consentito da Miky, uomo di bosco e di riviera, idoneo a esprimere un calcio breve e svelto.

Ha turbinato come suo solito Barellik, che ha limato certi improperi, ma che ha ribadito la sua finale incapacità di trovare le soluzioni ultime, o troppo corte o troppo lunghe per tutti. Peccato, speriamo migliori.

I tre pilastroni, l’Olandesina su tutti, hanno lavorato di alabarda tra i merli della fortezza eretta davanti a Cespuglio; la fascia di capitano ha regalato una vena di interismo a Skri, la sorte è stata propizia con Bastoni, incline alla “bastonata”, ma più giudizioso delle ultime volte.

I cambi, come sempre, hanno indebolito la squadra. El Panteron a momenti fa il rigore, Acerbi ha scatenato qualche parapiglia, Gosens è solo incespicato. Nello scampolo concessogli Asllani ha fatto l’unica vera giocata verticale degna di essere menzionata, vanificata dal solito fuorigioco degli attaccanti. Triste che giochi poco.

Gli attaccanti, appunto.

Correa è un disastro, per giunta zoppo; Gekko improponibile a questi livelli ed El Manzito, ammirevole per impegno, ma riprovevole per efficacia offensiva.

Questo combinato disposto darebbe il destro, a un allenatore degno di questo nome, per sparigliare le carte: dei tre “punteros” ne gioca uno, forse El Manzito, gli altri troverebbero degna collocazione solo al museo di Madame Tussauds.

Questa scelta, per uno come Inzaghi simile alla scoperta del Nuovo Mondo, libererebbe un posto a un centrocampista, si prenda quello che piace di più. Questi, potendo aleggiare tra le linee, sarebbe vero elemento, combinatorio e di raccordo, per consentire alla manovra di fluire con maggior disinvoltura. Non solo, autorizzerebbe gli altri compagni di reparto a incursioni più audaci, poiché sentirebbero una copertura più salda rispetto a quella che l’asador immobile o il Gekko imbalsamato possono fornire.

Ma per il Milziade del Trebbia la scelta è fuori canone e quindi non compatibile con lo stucchevole gioco di scacchi umani che ci propina ogni volta; si è vinto, benissimo, ma c’è stato calcio in qualche sprazzo del primo tempo e nell’occasione della rete, propiziata da invenzioni estemporanee, meravigliose ma difficilmente replicabili.

In un film minore, della sua vasta produzione, il principe Antonio De Curtis, in arte Totò, sentenziava, durante una diatriba: “Se il dilemma è bicornuto, tra prendere o lasciare, io, chiamatemi fesso, prendo!”

E così faccio io, avendo sofferto il giusto, ammirando lo spirito di interismo emanato dai sedici leoncini del Meazza (sono buono, ho inserito anche le mummie); cambierà la musica, non mi illudo, ma riascolto volentieri il disco di questa sera, che ha le note seducenti dell’insperato successo.