La vita offre occasioni singolari; ieri sera, un amico di famiglia, sapendomi appassionato di jazz, mi ha regalato un CD stampato in Giappone, edizione rara, di “My Favorite Things” del maestoso John Coltrane.

Inciso nel 1961, è considerato il capolavoro di uno dei più straordinari sassofonisti; comprende quattro titoli, My Favorite Things, appunto, meravigliosa, Summertime, But Not For Me e l’evocativa Ev’ry Time We Say Goodbye.

Quattro titoli perfetti per questa serata di calcio della paura.

Certamente tra “le mie cose preferite” c’è l’Inter, ma quella di questi tempi è vittima di una delle sue croniche sindromi: sfiduciata, nervosa, rattrappita, priva di un’energia dirompente necessaria per aver ragione di un avversario sempre più livoroso e scorbutico. Quasi che le loro manifeste malefatte fossero colpa nostra; noi ne rimaniamo soggiogati, assorbiamo la loro tensione odiosa e, accecati da questo stato d’animo rabbioso, finiamo per imprigionarci in una ragnatela dalla quale divincolarsi risulta impossibile.

Ci manca un Summertime calcistico, c’è un’insistenza orizzontale, un possesso palla malaticcio; solo pochi cercano avventure, alcuni paiono ormai assenti, amanti della maglia per contratto, abulici attori di una scena il cui copione finale sembra o scritto, il cross, o improvvisato.

Cromaticamente era evidente il persistente mismatch tra noi e loro; cinque contro due in area, sette contro tre, a dir della lentezza nel giungere a destinazione e della casualità delle soluzioni finali.

Nonostante questo calcio magmatico, lento fino al sonno, qualcosa abbiamo anche costruito… “But Not for Me”, direbbe Coltrane. Difficile essere pericolosi quando si calcia di fronte a una selva di gambe inestricabile. La precisione al tiro sembra avere il difetto dello scarso allenamento, oppure porta con sé l’acido lattico di una stagione estenuante, dove gli stessi sono obbligati a morire sul campo, in un assetto di gioco dispendioso oltre il tollerabile. Conto che saldiamo, in negativo, quasi sempre verso il tramonto; i difetti di posizionamento nel gol del mefitico innominabile colombiano, di cui abbiamo anche dovuto sorbirci il balletto, rappresentano una costante drammaticamente presente nel nostro campionario di bestialità. Una tristezza che solo un jolly pescato dal mazzo ha lenito; sarebbe stato troppo perdere anche questa. Eupalla avrà detto, poveri cristi, alla fine, non se lo meritano.

In effetti, soprattutto noi, fedeli alla sofferenza, innamorati nerazzurri, non avremmo dovuto essere nuovamente puniti per questa ancestrale colpa.

Il calcio posizionale ha largamente dominato; gli odii ormai insanabili hanno fatto il resto. Per resistere all’obbrobrio finale non resta che ascoltare “Ev’ry time we say goodbye” (https://www.youtube.com/watch?v=F8Jmcynp9d0 – al minuto due McTyner vi delizierà con un assolo di piano da brividi…)

Quelle note accompagneranno la segreta speranza: voltarci, sul finire di aprile, e vedere svanire nelle sabbie mobili gli insopportabili vessilli bianconeri.