Se è vero, come sostiene il mio amico Paolo Condò, che il calcio moderno inizia dal 1955, ovvero nell’anno in cui si disputa la prima Coppa dei Campioni, è altrettanto vero che la scelta del miglior calciatore di ogni tempo _ the Greatest Of All Times (GOAT) _ si debba iniziare da quella data. In una dorsale ipotetica, che si snoda negli anni, si sono alternati campioni dalle qualità futbolistiche variegate, taluni, più di altri, destinati a imprimere cambiamenti epocali, mentre i rimanenti, di questo ristretto olimpo, hanno animato passioni effimere e fugaci. La luce primigenia fu Alfredo Di Stefano, guarda caso un argentino naturalizzato spagnolo, un giocatore totale – la “saeta rubia”, la freccia bionda – anche senza capelli, bruciati dal fosforo che la sua mente calcistica sprigionava. Gli fece immediatamente da contraltare Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelé; limitato nella vita di club al Santos, il brasiliano fece strabiliare il mondo già nel 1958, ma giunse alla consacrazione disputando il Mondiale del 1970, in Messico, dove dispensò calcio vicino al solluchero, aggiudicandosi la favolosa Coppa Rimet, divenuta proprietà definitiva dei verde-oro per i trionfi del ’58, ’62 e appunto ’70. Subito dopo intervenne l’ondata del calcio totale, capeggiata da Hendrik Johannes Cruijff e da Franz Anton Beckenbauer; li ho citati con i nomi al completo per giustificare l’esondante personalità calcistica che esprimevano nel contesto di ogni loro squadra, fosse club o nazionale. Capitani indiscussi, in campo e fuori, sapevano di calcio in ogni parte del corpo, dirigevano orchestre, dense di fuoriclasse, col fare risaputo di chi avesse in dote poteri celestiali. In quegli anni molte sono state le comete, una tra tutte: George Best. Dio dannato, l’irlandese è stato iconico in un periodo storico che mescolava calcio e ribellione, traendo fama anche dal contorno extra-calcistico, argomento non indifferente nel giudizio globale del campione. Furono da Olimpo calcistico, alla rinfusa, nel corso di questo ventennio: Sivori, Rivera, Eusebio, Rummenigge, solo per nominarne alcuni. Ma nel 1978, mentre in Europa spunta il sole di Platini, l’Argentina annuncia il nuovo Messia: si chiama Diego Armando Maradona. Il francese e il rioplatense si contenderanno la palma del migliore per anni, essendo il primo spinto dalla “grandeur” francese e il secondo dalla voce del popolo. Saranno il Nord e il Sud del calcio, ognuno dotato di classe immensa, entrambi votati alla squadra, dettero immediatamente l’impressione di essere difficilmente eguagliabili. Maradona sigillò la sua carriera nei Mondiali del Messico,                                                                                                      mentre Michel raggiunse mete nobili ma lievemente inferiori.

Nel periodo successivo, nuovamente un transalpino si issò al vertice dell’attenzione mondiale: Zinedine Zidane, a mio parere superiore a Platini, mise in discussione molte delle certezze riguardanti gli immortali. Fu contrastato da Ronaldo il Fenomeno, Luis Nazario da Lima, fragile ma significativo negli sprazzi che la salute e la vita godereccia gli concessero. In quest’ascesa all’Olimpo li hanno accompagnati altri grandissimi, tra essi il più qualitativo mi è parso Luis Figo; dopo si instaurò la diarchia Messi – Cristiano Ronaldo. La loro dittatura, iniziata nel 2007, è stata scalfita alle origini da Kaka e, solo in tempi più recenti, da Modric e Benzema; altrimenti la disputa è sempre stata tra il portoghese e l’argentino-spagnolizzato. Sarà il fare egocentrico, sarà il modo di giocare nevrotico, sarà il finale scelto da CR7 per terminare una straordinaria carriera ma, tra i due, ho sempre preferito Messi, molto più devoto al dio del calcio e realizzatore inarrivabile, anche nell’inatteso. Queste le doverose premesse; è bene chiarire che, ognuno a suo gusto, può popolare l’Olimpo calcistico. Tanto per esemplificare, io avrei messo anche Mario Bertini – grande centrocampista di Inter, Fiorentina e Nazionale Italiana – a dir quanto opinabile sia il valore di questo scritto; tuttavia, la disamina precedente è solo il pretesto per giungere alla vera ragione della stessa, ovvero stabilire, una volta per tutte, chi sia stato il più grande calciatore “de todos los tiempos”.

Scorrendo la dorsale potremmo garantire una sedia speciale a Pelè, immensamente carioca ma vincolato nel giudizio a quella provincia, mentre ad altri tre, Di Stefano, Cruijff e Beck, guarda caso eccellenti anche come allenatori, riserverei un ampio salone nel quale farli discettare di calcio. Seguendo quel metaforico cammino, per logica istintiva Maradona sovrasta Platini e tiene a grande distanza un grande sudamericano come Zico, che prima ho trascurato colpevolmente; Zidane, pur superando il conterraneo, si avvicina a Ronaldo il Fenomeno, ma entrambi paiono di schiatta diversa se paragonati al predecessore di Lanus, barrio di Buenos Aires. Rimangono i due dittatori del calcio da Playstation, CR7 e Messi; tra i due, come nelle grandi corse ippiche, decide il parziale finale, che privilegia, senza più ombre, Lionel Messi. Siamo quindi alla stretta finale per il GOAT: è singolare che questa contesa inizi con un argentino naturalizzato spagnolo, Di Stefano, continui con un argentino europeizzato, Maradona, e termini con l’ennesimo argentino svezzato, calcisticamente e non solo, in Spagna, Messi.

Sono solo in due, se la logica non tradisce: Diego Armando Maradona o Lionel Andres Messi Cuccittini, this is the question, avrebbe sentenziato uno che la sapeva lunga in tema di dilemmi. È affascinante il fatto che, nello sport di squadra più popolare del mondo, si disquisisca sul singolo, a dire che la parte sia migliore del tutto, ovvero che la recita dipenda dal tenore o dal direttore d’orchestra. In verità ciò accade, i contesti alimentano le condizioni, ma il protagonista rimane artefice della propria e delle altrui fortune. Saranno perciò i contesti a far pendere la bilancia da una parte o dall’altra?

A sentire il cantore dell’albi-celeste Hugo Morales con Messi e Maradona “desde la cinta por abajo, hablamos de la misma calidad”. Chi potrebbe mai argomentare se lo stop, la conduzione della sfera, il dribbling, il tiro siano migliori nell’uno o nell’altro. Stiamo parlando di due extraterrestri tecnici. Saranno quindi gli ambiti in cui si sono mossi a decidere, limitando il giudizio sugli stessi a quelli calcistici; affrontassimo quelli fuori dal campo, Messi avrebbe di gran lunga la meglio. Ma qui si parla di calcio, il resto non interessa. Nel calcio di Maradona tutto appariva istintivo, forte anche di una personalità che gli avevano riconosciuto sin da bambino; i compagni credevano ciecamente in lui, per converso lui sapeva elargire fiducia ai compagni, risolvendo da un lato (se nel calcio parti da 1 a 0 è meglio…), animandoli dall’altro, con uno spirito solidale non comune. Da cosa gli venisse solo gli dei lo sanno, ma quello gli avevano conferito e Diego ne era conscio. Il suo più grande errore fu quello di pensare che le regole del “vestuario” e “de la cancha” bastassero anche nella vita; fu soffocato da affetti possessivi, che gli strapparono ogni brandello d’anima, le droghe ne travolsero il talento. A dir della sua inadeguatezza al mondo esterno, Maradona parlava in terza persona di sé; agitava alabarde politiche contro il male del pianeta. Era figlio di un’Argentina appena uscita dalla repressione militare, una nazione listata a lutto da decine di migliaia di “desaparecidos”; proprio in quegli anni, da capitano della nazionale giovanile, aveva riportato il titolo mondiale, per quella categoria, in Giappone. Il popolo argentino aveva sublimato, nelle cronache lontane di quei trionfi, la voglia di riscatto che il titolo dei colonnelli e di Mario Kempes, 1978, solo blandamente aveva animato. Il dio futbol, purificatore degli anni tetri dei militari, offriva ai sudamericani una fiamma da seguire: Diego Armando Maradona. Nelle squadre di club Diego non apparteneva all’aristocrazia del River o alla moltitudine del Boca, era il trascinatore degli Argentinos Juniors, una squadra dalle forti tinte politiche, una cenerentola nel cosmo del futbol bairense. A quindici anni scopriva il suo talento e irrideva quelli che avrebbero potuto fargli da padre; l’obbligo di trasferirsi al Boca lo lanciò nei quartieri alti del calcio mondiale, poi subito il Barcellona, un infortunio che avrebbe potuto precludergli la carriera e, finalmente, Napoli. Ancora una volta il Sud del calcio. La squadra di un popolo enorme, purtroppo sempre alla periferia del grande banchetto. Maradona, nella sfida che non è solo di campo, da il meglio di sé; i dati sono noti, Scudetto e Coppa Italia, due secondi posti, un altro scudetto e la coppa UEFA, manifestazione ben più degna dell’attuale Europa League. In mezzo il Mondiale dell’’86 e il secondo posto a Italia ’90. Un lider maximo per emulare il suo grande amico Fidel Castro. Nel Napoli Maradona incanta al centro di quella che verrà chiamata la “MaGiCa”: Diego, Giordano e Careca, il brasileiro. Diventeranno grandi con lui Salvatore Bagni, Nando De Napoli, Ciro Ferrara ed Eraldo Pecci, a dir dei più talentuosi. Ma assurgeranno al rango di idoli della folla dei carneadi come: Ferrario, Carannante, Celestini, Renica, Volpecina. I pali erano difesi dai compianti Garella e Giuliani, molto lontani da Jascin. In questo vero sud del panorama calcistico italiano, ai tempi il campionato più competitivo del mondo, Maradona era vessillo; doveva contendere il titolo alla Juventus di Platini, all’Inter di Matthaus e Brehme, al Milan di Gullit, Van Basten, Maldini e Baresi, squadre che in quel periodo ebbero anche il monopolio dei trofei internazionali. Maradona, terminando in quegli anni la sua vera carriera, sancì anche la fine di un ruolo: il regista, il numero dieci nella sua essenza più classica. Da lì avrebbe lasciato il campo a una figura diversa, egualmente fondamentale, ma troppo lontana dalla raffigurazione totalizzante che quel tipo di giocatore aveva nel contesto del gioco. Un ruolo supremo che faceva roteare i termini della contesa nei suoi dintorni e che aveva l’onere e l’onore di orientarla. Forse il solo Zidane e l’ultimo Messi ne hanno re-incarnato le sembianze; Maradona aveva portato tutto con sé.

Sofferente per una patologia che lo avrebbe condannato al nanismo, Leo Messi – sarebbe meglio dire i suoi genitori – incontrò sulla sua strada Carles Rexach; questi – ottimo giocatore ai tempi del Barcellona di Cruijff, rimasto in forza al club catalano come vice allenatore, ma anche come uomo di club – lo vide in un provino all’età di undici anni e, a scanso di equivoci, siglò un contratto che avrebbe legato il ragazzo al Barca su un tovagliolo di carta, pur di non perdere l’occasione propizia. All’inizio del nuovo millennio Messi sbarcò in Catalogna: aveva tredici anni e il ricordo dei suoi amichetti del Newell’s Old Boys, la formazione di Rosario con la quale aveva dribblato anche le righe del campo, consentendo alla stessa di vincere tutte le partite a cui aveva partecipato da quando aveva otto anni. A diciassette anni debutta nel Barcellona; corre l’anno 2004. Da lì ci saranno 778 partite e 672 gol, una media di 0,86 gol per partita, per un periodo di diciassette anni. Sette, forse, otto palloni d’oro, dieci campionati spagnoli, quattro Cenpion Lig, tre Mondiali per Club cui assommare qualche ulteriore addendo francese. Numeri e record che occupano tre videate di Wikipedia, una valanga di dati che lo issano al vertice di una piramide numerica alla cui sommità penso sarà impossibile arrivare. Bastasse questo, la disputa sarebbe chiusa in un amen. Di contro, il suo rendimento in nazionale fu sempre vago; grandi acuti e altrettante stecche, specie nelle occasioni più importanti. Questa dicotomia lo ha torturato per anni, sino alla notte di Lusail, quando – forse per intercessione dello stesso Diego, stanco della solitudine – il dio pallone decise di collocarlo in un ipotetico trono. I presagi si erano evidenziati nella vittoria in Copa America contro i rivali brasiliani, il Qatar gli ha, definitivamente, restituito una sana giustizia. In questo duello l’ambiente non gioca un ruolo secondario: Messi è un giovane talento, iniettato in un Barcellona che ha appena acquisito i dogmi del nuovo calcio. L’orchestra è in mano a portieri improbabili e poco serviti, ha centrali difensivi della miglior categoria, Piqué e Pujol sono pura essenza catalana. A centrocampo, da Guardiola si passa a Xavi e Iniesta, i compagni di squadra della prima ora in attacco si chiamano Henry ed Eto’o, poi saranno Suarez e Neymar. A dir del suo smisurato talento inizia da esterno, interpreta il “falso nueve” e, nel crepuscolo, assurge al ruolo che gli ispanici chiamano “estratégico”; sembra sempre fatto per ogni nuovo copione. Maradona, in una finestra temporale più ridotta, celebra una sola funzione, ma la messa calcistica risponde a canoni che lui ha descritto, caricandosi la squadra sulle spalle, nei periodi di vena migliore, per dar anima a chiunque gli fosse accanto. Messi ha orchestrali che, da soli, potrebbero essere da campionato del mondo; lui li agevola, semplificando il complicato, ma loro parlano una lingua a lui molto vicina. Intendersi diventa più facile. Gli allenatori sono un altro ambito di scontro. Messi pesca nella categoria dei grandi; forse Guardiola lo sarà più degli altri, ma tutti avranno visibilità internazionale. Altrettanto non si potrebbe dire di Ottavio Bianchi e di Albertino Bigon. L’ossessivo Bilardo avanzò dubbi su Maradona prima del 1986; ottimo preparatore, ma non un totale visionario. Il contesto calcistico in cui Messi si esprime è del rango più alto; lui è diamante in un anfiteatro dorato, illumina chi desidera essere illuminato. Nella Seleccion, il suo non essere argentino, se non nei natali, forse gli gioca lo scherzo peggiore; manca sempre qualcosa per fare il colpo grosso. La sua media reti è più bassa rispetto a quella siderale che esprime col Barca; non ha il carisma che aveva Diego nell’esaltare i Ruggeri e i Burruchaga. Il calcio gli verrà incontro: basta guardare gli iscritti del 2022 e quelli del 1986 per capire le differenze. In Messico, solo analizzando gli scontri di vertice, il Brasile di Zico perde contro la Francia di Platini. La Germania di Rummenigge impensierisce sino allo stremo l’Argentina di Maradona; nei quarti c’è la Spagna di Butragueno e di tutto il Real Madrid, plurititolato in Europa. La terza e la quarta del Mondiale 2022 sono la Croazia, ottima a centrocampo, che schiera centravanti di serie B italiana e il Marocco, eccellente negli esterni ma con l’anima di Amrabat, accostato a Gattuso, non propriamente il paradigma di un fuoriclasse. La Francia di Mbappè è sicuramente un fattore non indifferente e l’Argentina ha una nidiata di sicuri campioni; Messi, con tocchi sapienti dispensati nel nuovo ruolo di “estrategico”, ha dato il contributo essenziale per giungere all’agognato traguardo, per sé e per la nazione, patria del futbol passionale e idolatrato.

È l’ora della sentenza.

Mi piace relativizzarla con un episodio minimo, ma significativo.

Una giovane giornalista anglosassone, capello fluente e cognizione calcistica raffazzonata, affronta Guardiola domandando con sfrontatezza: “Haaland è il più grande attaccante che lei abbia mai allenato?”. Pep, mettendosi di tre-quarti a mo’ di George Clooney, aggrotta le sopracciglia e, in mezzo a un sorriso di compassione, quasi sussurrando, domanda a sua volta: “Messi?”. Si dimentica in fretta, si corre verso nuovi traguardi, si guardano numeri e si esercitano arbitrî in un ambito ove la sensazione e la matematica corrono distanti tra loro; più cerchiamo di trovare parametri, meno otteniamo risposte univoche e attendibili.

Forse, allargando il trono, Messi e Maradona potrebbero egualmente convivere, senza la necessità che uno scalzi l’altro; mi farebbe piacere facessero a turno. Leo, incontestabilmente, ha i numeri dalla sua, Diego conserva un carisma totale, nel rettangolo verde, che lo rende inarrivabile, se unito alla tecnica sopraffina che lo animava. Vincerà la furia dei dribbling de la Pulga o i tocchi suadenti del Pelusa, l’uomo dei 91 gol in una stagione o l’essere alieno che ha portato il Sud del calcio nel palazzo della monarchia? Jorge Valdano – campione del mondo con l’Argentina del 1986, uomo del Real Madrid, con gusti letterari raffinati – è stato interrogato sul tema e ha risposto, essendo culturalmente evoluto, con un’affermazione che ho trovato stupenda. La riporto, integralmente, nell’idioma, il castigliano, che, inequivocabilmente, può ritenersi padrone del futbol.

Alla domanda suprema, meglio Messi o Maradona, risponde, con il fare pacato di chi sa come va il mondo:

“Lo que pienso de Messi y Maradona? Bueno, son dos genios y como tales no tengo forma de compararlos”

Due incomparabili geni del calcio; per quello che abbiamo ricevuto da entrambi dovremmo essere sazi.

Quanto al GOAT, per quel che mi riguarda, il giudizio è molto semplice: Mario Bertini da Prato.