“Ma chi pensi di essere, Pelé?”
Era un mondo in bianco e nero, froebi (1) di strada; il calcio era racconto, come tale, intriso di fantasia. Per vederlo o andavi allo stadio o ti accontentavi degli essenziali filmati, presentati nei notiziari, attesi con ansia. Con quella frase bollavi chi, audace oltre i propri limiti, cercava un calcio che non aveva. Edson Arantes do Nascimento era figlio di quel mondo; mio nonno comprò la televisione per vedere i mondiali di Svezia, anno 1958, qualche mese prima che io nascessi. Quella fu la prima autentica ribalta in cui si rivelò questo giocoliere brasiliano; da lì iniziò un mito, con tutte le conseguenze che il mito comporta. I mondiali sono stati il suo alfa e il suo omega: sublime in Svezia e maestoso al congedo, Mexico ’70. Lui, unico calciatore al mondo possessore di tre titoli mondiali; in particolare, detentore definitivo della coppa Rimet, quella che si disputarono, a Città del Messico, Italia e Brasile. A ben guardare l’uomo del Santos – sua unica squadra, essendo i Cosmos di New York l’equivalente del Circo di Bufalo Bill – predicò un calcio tecnicamente sopraffino in ogni sfaccettatura; dribbling, progressione, tiro, colpo di testa e visione di gioco trovavano insieme una residenza eccellente in quello che, a buon diritto, fu chiamato O’Rey. Per completezza, tutt’ora unico. La divisa candida e i filmati lievemente offuscati contribuivano ad alimentare quel mito, non era un calcio vivisezionato come quello odierno; si offriva il meglio per trascurare le grettezze del quotidiano.
In quelle arcane pellicole seminava avversari, scandiva reti oltre il migliaio, si issava “en bicicleta” laddove gli altri erano impotenti: ma l’immaginazione poteva più delle immagini. Fu colpevole di non aver accettato la sfida europea, unico neo che lo pose in subordine ai due argentini celebrati lungamente in questi giorni: Maradona e Messi, chiunque scelga l’ordine.
A dirla tutta, Pelé sbocciò nel 1958 all’interno di una compagine che aveva fuoriclasse come Vavà, Didì, Zagallo, Gilmar e, soprattutto, Mané Garrincha, ala destra iconica, due gambe strappate al rachitismo, un dribbling incontrastabile. Proprio Mané, assieme al futuro italiano Amarildo, gli regalò il secondo titolo mondiale, quello cileno, dove avversari, debitamente istruiti, gli arroventarono le caviglie, facendogli disputare solo due incontri. Il mito brasiliano subì la stessa sorte in Inghilterra ma vendicò tutti in Messico, nel pieno della maturità agonistica. Nel 1970 i filmati si erano allargati e, essendo lui il Re, molti si soffermavano a coglierne i dettagli. Nel paese centro-americano il brasiliano divenne fulcro di una formazione quadrata e spettacolare, rarità nel calcio, che aveva due esterni inarrivabili come Rivelino e Jairzinho, un paio di centrocampisti antesignani del moderno box-to-box come Gerson e Clodoaldo, un nove atipico come Tostao e un impianto difensivo, volto all’attacco, straordinario. La frustata di testa che, sovrastando il compianto Burgnich, infilò Albertosi per indirizzare il match rivela, al pari dei capolavori, ogni volta qualcosa di nuovo; l’avremo vista mille volte e mille volte ne siamo rimasti stupefatti. L’aveva provata nella fase a gironi, costringendo Gordon Banks alla parata del secolo, la perfezionò in finale. Nel mezzo di quella memorabile partita fu malmenato da Mario Bertini ma dispensò un calcio sopraffino, fatto di visioni e di tocchi magistrali. La sintesi in occasione del quarto gol: riceve il pallone appena fuori area, osserva il posizionamento dei compagni e, con la visione periferica dei grandi mezzocampisti, serve, con un misurato esterno destro, l’accorrente Carlos Alberto. La palla ha velocità e scorrimento ideali per essere battuta di prima intenzione, non può che finire in rete. In pochi gesti si incastona una carriera da favola, animata da fatti e fantasie, che sono ingredienti essenziali nelle vite immaginarie dei re; Pelé è stato sovrano del calcio in bianco e nero, il bianco della sua tenuta e il nero di una pelle nata solo per giocare a football.
1 – Froebi: il calcio per i lombardi della Madonnina
