Quando sbarcammo al Mapei Stadium, per la prima volta nel 2013, il Sassuolo era considerata matricola da rispedire in B con una carezza; vincemmo 7-1 con i ruderi del Triplete, segnarono anche Taider e Ricky Recchia Alvarez.

Altre due vittorie, una delle quali per 7-0, ci convinsero che i simpatici piastrellisti sarebbero stati una terra di conquista. Invece, da lì in poi, il Sassuolo fu solo una tortura; infatti, il nostro score, prima di oggi, recitava otto vittorie per parte e due pareggi (dopo il 7-1, cinque vinte e otto perse). Per dirla tutta, con il Real Madrid abbiamo sette vittorie, due pareggi e dieci sconfitte.

Da qui le preoccupazioni per questa sfida, piccolo snodo stagionale, quasi un quarto di campionato andato.

Rivedendo il film della partita ho annusato le medesime difficoltà di altre contese; un ritmo ostentatamente compassato, errori di misura elementari e frequenti, una ritrosia paradossale a rischiare la giocata e un’attitudine a camminare verso la propria porta, portando, così, il fulcro del gioco troppo distante dalle zone nevralgiche avversarie. Quest’ultima pecca genera un dispendio energetico, sia dei centrocampisti, sia degli esterni, che inietta acido lattico e annebbia le visioni offensive. La fatica di Sisifo si concretizza, infine, negli attaccanti; il Manzito, asciutto, non trova più la porta. Inutili i peana dei telecronisti sul colpo di testa sventato da Consigli, con noi sempre acrobata. La palla colpita dal milonguero di Bahia Blanca è a un metro e mezzo dall’estremo neroverde; ci sono quattro metri a sinistra e due metri a destra dello stesso per orientare la sfera, essendo Lautaro all’interno dell’area piccola. È, purtroppo, l’ennesimo gol sbagliato, come è sbagliato il tempo del “tap-in” al quarto d’ora ed è sconcio lo stop e tiro, a ritmo di moviola, sulla metà della prima frazione. Infine il colpo di testa; se di tre non se ne fa uno, o è crisi o è broccheria. Rimaniamo nel limbo del dubbio. Nonno Gekko, nei quarantatré minuti precedenti il primo gol, ha giocato per gli uomini di Dionisi; un dramma. Poi, beffa del calcio, su un corner di fine primo tempo, ha sghettato il pallone con riflesso e ha emesso una loffa calcistica che la Dea Eupalla ha spinto in porta a rantoli. Nella ripresa ha fatto qualcosa in più e la seconda rete, frutto di una palla con freni e manubrio recapitatagli dall’armeno Miky, lo ha assolto da ogni precedente nefandezza.

Cespuglio Onana, all’esordio in campionato, ha ricordato il recentemente scomparso Garella, per l’uso smodato dei piedi nel compiere parate che, se non avesse fatto, non solo avremmo rimpianto Nonno Handa, ma avremmo invocato Miniussi o Girardi (anni 68-70).

Si sono destreggiati, nel costume di questo tempo rovescio, quasi tutti, concedendo il giusto, balbettando un calcio tremebondo, ma producendo fiammate che avrebbero meritato miglior sorte; l’emblema di un calcio stressato e convalescente. Il giovin Asllani ne ha fatto le spese; se Boskov ha coniato, tra le tante, “Difensore scivoloso, difensore pericoloso”, il Milziade del Trebbia sarà ricordato per “Giocatore ammonito, giocatore sostituito”. Questo postulato porta tutti gli effettivi a essere meno aggressivi: infatti, ogni giocatore che si rispetti vorrebbe giocare non 90 ma 140 minuti. Sapendo che un’ammonizione porterebbe alla fine del suo divertimento, cosa sarà mai indotto a fare? Fin troppo semplice la risposta. L’albanese ha idea verticale e subitanea; non è un nuovo Brozo, più propenso a ruminar palla prima di cederla, ma può essere un fulcro di gioco dinamico, ove la sfera scorra senza interferenze, a patto che ci siano compagni disposti a suggerire delle alternative. Il che pare difficile nel calcio sincopato e posizionale del Milzy trebbiense. A questo si aggiungono le ritrosie ad agire da gregari del Turbinante Barellik, ieri centrato da un frecciarossa in faccia e quindi intontito, e del turco Chala, più propenso a comandare il gioco che a subirlo.

Per mettere a punto questi automatismi Asllani dovrebbe essere impiegato spessissimo; così non è. Essendo giovane giunge ansiato e, alla prima sbavatura, vede il giallo, trentesimo o giù di lì.  Sapendo della regola inflessibile, imposta dall’allenatore con la riga in mezzo, ha chiuso anzitempo la sua partita finendo in castigo dietro la lavagna. A mio modesto parere è un peccato non usarlo maggiormente, liberando un centrocampista verso la linea delle punte, delle quali ne basterebbe una, essendo assenti Correa, anche quando gioca, e Lukaku, infortunato.

Il trio difensivo, sostituti compresi, ha fatto l’usuale dormita ma, arroccato ben dentro l’area di rigore, con mestiere ha avuto ragione di un attacco che, capeggiato dall’auto-marcante Pinamonti, non mi pare in grado di fare sfracelli. Ercolino-sempre-in-piedi Dimarco, avendo speso molto col Barca, avrebbe meritato una tregua, pochi i sinistri invitanti elargiti; mi è parso più propenso all’offesa El Panteron che, schienando il corner del vantaggio, ha anche offerto involontario assist all’ottuagenario bosniaco.

Usciamo dal Mapei Stadium con il bottino pieno; non abbiamo rubato nulla e, con terminali offensivi più efficaci, avremmo risolto la pratica con maggior facilità. Che sia cambiato il vento? Difficile dirlo, in ‘sto calcio pazzo c’è una buriana ogni tre giorni, mettiamoci la cerata e prepariamoci a soffrire.

NONNO HANDA 8

CESPUGLIO ONANA 4