Quando si mandano i cacciaviti agl’inferi, il luogo che a loro compete, provo un’enorme gioia, che si amplifica se c’è un trofeo in palio.

Le ultime due volte, negative, erano state distanti; nel ’77 Maldera e Braglia resero amaro l’addio al calcio di un inviperito Mazzola (uscì dal campo citando Dante, per i torti arbitrali di quella finale di Coppa Italia) e nel 2011, ultimo precedente di Supercoppa, le frattaglie dei Tripletisti, unite a imbarazzanti innesti, si arresero, sotto la guida del tranviere Gasp, in quel di Pechino.
Oggi c’era in palio un pezzo d’argento, ma c’era anche la rabbia per uno scudetto perso proprio a causa di un derby mal condotto; la voglia di rimediare a una stagione regalata.
Tecnicamente è stata una partita ondivaga, fatta di fiammate improvvise, all’interno delle quali c’è stata solo l’Inter, con una qualità ultima troppo differente per non essere sottolineata. Il sigillo posto dal Toro ha il sapore della categoria suprema, una carezza meravigliosa per addomesticare il pallone e un esterno in controtempo per mandare la sfera a baciare il palo interno prima di finire nel sacco. Solo quello vale la serata.
Meriterebbe un premio speciale l’azione del primo gol, insieme di intuizione calcistica e perizia tecnica, conclusa come una sinfonia di rango.
Nonno Gekko a far da direttore e da solista, gran giocatore quando le nebbie della tensione livellano le corse.
Il fatto che i crampi abbiano attanagliato più contendenti la dice lunga sul grado di ansia che questa partita aveva portato con sé; inutile pretendere fraseggio e coordinazione. Hanno agito con grande sapienza sia Baby Face, che ha concesso all’efebico Leao il minimo sindacale, sia Acerbi, sempre molto presente. Skri ha svalvolato qualche volta di troppo e con lui Basto, ma entrambi hanno messo piedoni e crapate risolutive quando il fortino era stato preso d’assalto dagli indianini rossoneri. Il centrocampo ha agito con precisione, avendo nel Turbinante Nicolino l’uomo capace di rovesciare il fronte e nei due balcanici gli utili metronomi per articolare le azioni che avrebbero portato bottino già pingue nel primo tempo se avessimo avuto un pizzico di cattiveria in più. Dimarco ha chiuso azione da sogno, quella che al Milziade piace di più ma, centrifugato dalle continue scorribande, ha dovuto lasciare per un volitivo Gosens. Ha messo qualche cazzuolata calcistica anche il Giando, a dir dell’ebbrezza collettiva. Lo stesso Correa ha giocato il 10% dei palloni utili, contravvenendo alla regola che vuole lo zero assoluto sul suo tabellino. Asllani ha fatto un numero da circo quando la contesa era ormai archiviata. Mi piace infine ricordare il potere da autentico sciamano che sprigiona Cespuglio; calamita palloni, smagnetizza staffilate e, quasi avesse lo sguardo di Nembo Kid, respinge palloni ben fuori dalla porta solo direzionando gli occhi. Anche stasera non prende gol; non credo si solo fortuna.
Un pensiero va a Mister Supercoppa, ovvero a Simone Inzaghi; già qualche settimana fa dissi che certe azioni, quella del vantaggio per esempio, non possono essere caso.
La scelta di rintanarsi basso, pur non vedendomi entusiasta (ho un cuore ballerino e vorrei giocare sempre in area avversaria), alla fine gli rende giustizia; non so perché la squadra conceda così tanto campo in certe fasi della partita. Sono azioni perniciose e potrebbero far rientrare chiunque in match già chiusi; questa sera non è avvenuto e festeggiamo, però caro Milzy un occhio in più a quelle amnesie non guasterebbe.
Un altro tris ai milanisti monda ogni peccato, andasse sempre così firmerei.
La bacheca si riempie di metallo non preziosissimo ma pur sempre valevole e, come più volte ricordato, l’anno scorso JMS, quest’anno i livorosi diavoli rappresentano due scalpi per i quali sentirsi soddisfatti. Come diceva Shakespeare: “Il resto è silenzio!”
